(Baudrillard 1987,69)
Linguaggio e potere
Gli strumenti che il potere utilizza per operare un controllo serrato in ogni ambito sociale e per impedire la coscientizzazione delle masse, la libertà delle scelte, dei comportamenti e delle idee non sono necessariamente coercitivi, come accade sotto dittatori e tiranni. Molto più frequentemente sono strumenti di controllo sofisticati e invisibili che pur non intervenendo fisicamente sugli individui operano in maniera subdola sulle loro coscienze, attraverso la 'conversione' della ragione e la seduzione dei sentimenti. Parliamo prima di tutto di uno strumento sofisticatissimo utilizzato dal potere per sedurre le coscienze: la parola, il linguaggio, strumento che proprio per questo risulta assai più pericoloso e difficile da combattere.
Il progressivo perfezionamento delle forme di comunicazione tra esseri umani è stato decisivo per la loro sopravvivenza e la loro convivenza; non mancano esempi che testimoniano come esso sia stato uno strumento di selezione naturale della specie.
Il passaggio dall'età dei segnali a quella dei segni verbali e successivamente a quelli scritti, ha segnato il processo di sviluppo della massa cerebrale umana con il concomitante sviluppo di straordinarie capacità operative e soprattutto dei processi di apprendimento, immagazzinamento e trasmissione di informazioni. Informazioni sempre più complesse e svincolate da condizionamenti materiali, corporei.
La linguistica inerisce dunque non solo le strutture elementari e universali del comunicare, ma anche quelle forme "a priori" del pensare e dell'interagire simbolico, essenziali e imprescindibili per la creazione dei significati condivisi, e, perciò, della società.
Nella convenzionalità che deriva dalla capacità d'astrazione e standardizzazione dell'uomo, s'intuì immediatamente lo spazio dell'arbitrio e, quindi, del potere di controllo che la mente dell'uomo può esercitare sul mondo circostante e sui suoi simili.
Platone tra i primi ci ha lasciato riflessioni mirabili sul potere del linguaggio, avendo compreso il discrimine tra la "parola", come esercizio indebito del potere persuasorio e incantatorio delle opinioni, e la "parola" come "parto" di sé, come "maieutica", conoscenza.
E' proprio su questo legame profondo tra la parola e il potere che gli inganni si sono perpetuati e istituzionalizzati. Il potere, infatti, ha bisogno di un linguaggio che sia la testimonianza dell'affermazione di un rapporto di forza e, al contempo, di negazione della verità.
L'esempio storico più eclatante di mistificazione della realtà attraverso la parola ci riporta ancora una volta al nazismo e agli orrori di Auschwitz.
Till Bastian nel suo saggio Auschwitz e “la menzogna su Auschwitz”, evidenzia proprio la peculiarità di un linguaggio che nelle sue affermazioni serve a negare la realtà: dell'"azione speciale" sulle banchine ferroviarie, per esempio, che non era altro che una "selezione per il massacro"; o dello sterminio di massa, ironicamente definito "soluzione finale". Una menzogna che non sembra avere avuto fine, se ancora oggi si tenta di negare l'olocausto attraverso improbabili tesi revisionistiche.
Bastian riporta testualmente una domanda, inoltrata all'ufficio brevetti di Berlino dalla ditta J.A. Topf e figli, di Erfurt, che aveva ad oggetto un forno crematorio.
Nei campi di smistamento che la guerra e le sue conseguenze hanno reso necessari nelle zone orientali, a causa della mortalità inevitabilmente molto elevata, è impossibile procedere alla inumazione della enorme quantità di morti: da una parte per mancanza di spazio e di personale, dall'altra per il rischio diretto e indiretto che minaccia l'ambiente immediatamente circostante e anche più lontano a causa dell'inumazione di morti per malattie infettive. Siamo perciò costretti a eliminare l'enorme numero di cadaveri, in costante aumento, in maniera assolutamente rapida, sicura e igienica mediante incenerimento (Bastian 1994,77-78).
Si tratta - scrive Bastian - di un "linguaggio impassibilmente burocratico”, un linguaggio che dimostra la decisa volontà di negare i misfatti.
Le "follie" del nazismo non sono che un esempio, perché il potere ha sempre voluto ingannare e negare la sua realtà. Dal “vincere e vinceremo” proclamato da Mussolini, quando era ormai certa la sconfitta, ai gridi di battaglia di Saddam Hussein che, attraverso i suoi mezzi di informazione, lanciava messaggi farneticanti in cui sosteneva di aver respinto il nemico.
Allo stesso modo, nei regimi dei paesi dell’Est, il linguaggio del potere è stato sintomatico della realtà politica. Nulla doveva filtrare all’esterno degli eventuali dissensi interni al partito e quando qualche organo ufficiale diceva in un messaggio chiaramente cifrato che un determinato “compagno” aveva espresso un “marcato dissenso” rispetto alla linea ufficiale, nascondeva sotto l’asetticità delle parole, l’esistenza di una faida interna senza esclusione di colpi; oppure dire che bisognava “ristabilire l’ordine” in un qualche “paese amico”, come in Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia o Afghanistan, significava rispondere a una rivolta con un’invasione.
Anche in Italia il linguaggio del potere, più generalmente politico, ha conosciuto periodi veramente oscuri. Erano gli anni del “politichese”, termine giornalistico coniato per caratterizzare un gergo esclusivo, patrimonio della classe politica, lingua criptica e cifrata che solo gli uomini dei partiti riuscivano a parlare e comprendere perfettamente. Il “politichese” ha lasciato testimonianze sublimi di non-senso logico prim’ancora che semantico: le “convergenze parallele” della Dc e del Pci, il “centralismo democratico” sempre del Partito Comunista, il “governo delle astensioni”. Tutto a rimarcare la manifesta “alterità” dei potenti rispetto al mondo più terrestre, ma almeno esplicito nella sua schiettezza, dei comuni mortali!
Il linguaggio serve a mascherare la corruzione: “riconoscere le legittime aspirazioni e richieste”, di un partito e di una corrente, equivale a versare una precisa percentuale di denaro; “comprendere l’alto costo della politica” sta a significare il mettersi d’accordo su quanto versare per garantirsi l’appoggio su un qualche importante progetto.
E’, tuttavia, nella demagogia che il linguaggio e il potere si saldano in un connubio fortissimo. La demagogia è infatti una “prassi politica che poggia sul sostegno delle masse assecondandone e stimolandone le aspirazioni irrazionali ed elementari distogliendole dalla reale e cosciente partecipazione alla vita politica” (Zucchini, cit. in Bobbio-Matteucci-Pasquino 1990,286).
Abili retori e affabulatori sono riusciti, utilizzando il loro personale carisma e la loro capacità di captare i segnali del malessere sociale, a eccitare le masse e a piegarle ai loro fini; essi hanno usato la forza della dialettica e della retorica per imbonire le folle con programmi e promesse irrealizzabili, “simulando e dissimulando”, come diceva Machiavelli, quasi mai agendo, ma riuscendo a sfruttare particolari situazioni storico-politiche.
L'odierna demagogia fa leva sulla crescente conflittualità interetnica, sui problemi complessi della mondializzazione e dell’integrazione etnica e razziale: essa fomenta l'ideologia della riscoperta delle identità nazionali per ergere nuove frontiere dell’odio, dell’antisemitismo e dell’intolleranza.
La negazione del vero, insomma, si annida da sempre nella prassi, ma anche nelle teorizzazioni del potere che, pur nella loro inaudita inconsistenza, sono in grado di mistificare la verità e di confondere una moltitudine di indifesi.
E' per interessi di classe che la scienza politica ha formulato teorie che giustificavano e legittimavano abusi e angherie: per esempio, la teorizzazione della presunta inferiorità della razza negra, adducendo persino motivazioni etiche e morali al fine di far apparire il razzismo una verità avente un fondamento biologico. Lo scopo era quello di legittimare l’arbitrio con cui degli esseri umani venivano ridotti in stato di schiavitù.
Stuart Mill scriveva che "dovunque vi sia una classe ascendente, una larga parte dei principi etici del paese promana dai suoi interessi di classe e dal suo senso di superiorità di classe" (Mill, cit. in Lasswell-Leites 1949,38).
Esiste insomma un vero e proprio legame tra il potere e il linguaggio, un legame che affonda le sue radici nel nesso profondo tra la parola e l'agire umano.
Il potere e il femminile
Il linguaggio ha una forza demiurgica: "crea" realtà e identità. Basta guardare, con occhio critico, alle strategie pubblicitarie, per capire come non solo il linguaggio crei l’oggetto, ma sappia far molto di più: caratterizzarlo e personalizzarlo, fino a renderlo soggetto mitologico. Perciò, chi si impadronisce della parola può, nel bene o nel male, condurre il "gioco" delle parti che, in qualsiasi dimensione sociale, si viene a determinare.
L'uso del linguaggio, a fini più o meno evidenti di potere, si basa su un preliminare processo di canonizzazione di norme condivise, sia linguistiche che sociali. Esse agiscono sempre nelle opposte e complementari direzioni dell'integrazione degli "uguali" e dell'esclusione degli altri, dei diversi.
Un'altra, ma non meno importante direzione, è quella della gerarchizzazione dei ruoli e delle strutture funzionali al potere, che è, poi, di fatto, una vera e propria "idea" del mondo: una "ideologia", una "cosmologia".
I tabù, i divieti, i riti sociali vengono stabiliti a partire dalla loro "dicibilità" o "indicibilità".
Quindi è più che mai evidente che ogni potente, in cui in diversi momenti storici si è incarnata una cosmologia della realtà, si è posto il problema del linguaggio come presupposto ineliminabile della propria autodefinizione.
E' attraverso i codici linguistici e non (temporali, spaziali, gestuali) che si sono organizzati e si organizzano i sistemi di potere e di convivenza che, per potersi riprodurre, hanno sempre preteso un margine più o meno ampio di sopraffazione e di violenza.
Una delle più antiche forme di sopraffazione e di violenza è stata sicuramente quella perpetrata ai danni dell'elemento femminile della specie umana, sia attraverso il linguaggio verbale, che attraverso il linguaggio degli spazi della convivenza sociale, che ha sancito l'esclusione del femminile dal potere, dalla partecipazione politica, sociale e culturale.
Un'esclusione tanto assidua, continua e radicata da determinare, al contrario di altre entità emarginate, la nullificazione della specificità femminile, dissoltasi nella "funzionalità al maschile".
Solo da pochi decenni è iniziata la ricerca della differenziazione femminile che spesso viene sentita come una chimera, come una "controcultura", più che una cultura a sé.
Lo studio degli spazi sociali del potere, stabiliti dal "maschile", per esempio, è di aiuto nel chiarificare l'esclusione della donna.
Per spazi sociali del potere intendo riferirmi all'organizzazione del controllo dell'ambiente naturale attraverso ben precise forme estetiche e architettoniche, che veicolano dei significati condivisi, dei simboli riconoscibili. Essi scandiscono i tempi e i modi del rapporto degli uomini tra loro e con ciò che essi ritengono istituzionale, sacro o "potente".
Lewis Mumford in La città nella storia, di cui abbiamo già parlato, rileva proprio nella nascita della città la prima consapevole comparsa di una organizzazione sociale dello spazio fondata sull'esclusione: esclusione, cosciente, voluta e programmata, del femminile.
Prima della città è il villaggio neolitico lo spazio dell'organizzazione sociale.
In esso giunge a conclusione il passaggio da un'economia nomade a una stanziale, da un'economia basata sulla caccia e sulla raccolta a una basata sull'addomesticamento di alcune specie animali e vegetali, ossia sull'esercizio di "un controllo attento sui processi un tempo soggetti ai capricci della natura" (Mumford 1961,23).
Una trasformazione che dette il predominio non al maschio cacciatore, agile, svelto di piede, sempre pronto ad uccidere [...] ma alla femmina, più passiva, attaccata ai suoi bimbi, sui passi dei quali modellava i propri lenti movimenti (Ibidem).
Era lei che maneggiava gli utensili dell'addomesticamento della natura e degli animali. "Le parole “casa e madre” s'inscrivono in ogni fase dell'agricoltura del villaggio neolitico, finalmente identificabile grazie alle fondamenta delle case e delle tombe" (Ibidem).
Una costante matrice mitigativa di questo momento della convivenza umana rivela la centralità della donna, della sessualità femminile, che, dice Mumford,
non raggiunge mai quella esclusiva ed esagerata, di tipo mastodontico, della termite regina, che si assume il compito di deporre le uova per tutto il termitaio. Lei s'occupava dell'ordito e compì quei lavori d'incrocio e di selezione, che trasformarono specie selvatiche in varietà domestiche prolifiche nutrientissime; fu la donna che fabbricò i primi recipienti, intrecciando canestri e modellando il primo vaso di terracotta.
Anche il villaggio è, fondamentalmente, una sua creazione, essendo esso, prima di ogni altra cosa, un nido collettivo per proteggere e allevare (Ibidem,22-23).
Il successivo sviluppo della prossemica degli spazi sociali portò alla scomparsa della centralità della femmina procreatrice e simbiotica con la natura e, quindi, alla fine del villaggio costituito dalle capanne sparse e dalle dimore aperte guidate dalle donne contadine allevatrici e solidali.
Gli spazi e il loro linguaggio si concentrarono sulla figura del maschio, audace predatore e conquistatore dell'ambiente naturale, sul sovrano separato dagli altri uomini, arroccato sull'acropoli e nel palazzo.
La monumentalità e la separatezza saranno le sue cifre distintive, così come lo diventeranno della città, spazio separato, kosmos precipuamente umano e artificiale, volutamente separato dalla natura.
Si pensi alle torri svettanti dei comuni medievali, all'acropoli superba di Atene, ai larghi "boulevards" dell'assolutismo del "Re Sole": la "grammatica" ricorrente di un linguaggio dello spazio codificato dal potere e declinata al maschile.
Quindi sicuramente la differenza sessuale è stato uno dei primi modelli della subordinazione, come giustamente sottolinea l'antropologa Matilde Callari Galli (1994) nel suo volume Antropologia culturale e processi educativi.
Nomi e significati
La prospettiva di studio dell'antropologia può dare un notevole contributo all'approfondimento di un altro aspetto del ruolo esercitato dal linguaggio all’interno della logica dell'esclusione, implicita nella dinamica del potere.
Come abbiamo già sottolineato, l'adozione di un sistema linguistico equivale all'utilizzo di un insieme organico di simboli condivisi, che condiziona le forme "a priori" del pensiero e la stessa percezione sensibile di un qualsiasi gruppo umano.
La parola “extracomunitario”, ad esempio, evidenzia bene la forza di questo condizionamento. Essa, letteralmente, sta a indicare colui che è fuori dalla comunità cui si fa riferimento. In Europa vengono considerati extracomunitari i cittadini di nazioni non appartenenti alla Cee. Ebbene, mentre non si ha alcuna difficoltà, nel linguaggio comune e nella stampa, a definire tale una persona di colore, nessuno si sognerebbe mai di chiamare “extracomunitario” un cittadino svizzero o americano, che pure sono fuori dalla Cee! La parola, neutra in sé, ha assunto un significato preciso che denota una altrettanto chiara scelta culturale: l’extracomunitario non è più semplicemente colui che non appartiene alla comunità, ma è il diverso, per colore della pelle, religione, costumi.
Ogni adozione, ogni "scelta" linguistica e culturale (che è soprattutto il frutto di un meccanismo di apprendimento) è, dunque, un atto che implica esclusione dell'altro da sé. Esso implicitamente scopre una dinamica, un rapporto di forza e di potere. Quest'atto scandisce tutte le infinite miriadi di rapporti che ognuno di noi intrattiene con gli altri, con le istituzioni, con i luoghi d'incontro e di scambio.
Si pensi all’uso dei pronomi tramite i quali, spesso, si tendono a rimarcare le differenze sociali e i diversi gradi di potere.
Per la seconda persona singolare, si dovrebbe teoricamente far uso di un solo pronome. Nella realtà oggi si ricorre anche al "voi" al singolare.
Nell'antichità l'uso del “vos” al singolare fu introdotto come una sorta di risposta al plurale “majestatis” di cui facevano uso gli imperatori.
Nel tempo la forma plurale fu estesa ad altre cariche sino a consolidarsi in una forma di reverenza verso chi ha un determinato ruolo di potere.
Anche nel linguaggio non esiste una reciprocità, ma si instaura una vera e propria “semantica del potere”: “l’uso pronominale che esprime questa relazione di potere è [...] asimmetrico o non reciproco: chi sta più in alto riceve V[oi], chi sta più in basso T[u]” (Brown-Gilman, cit. in Giglioli 1973,306).
Il sacro e il potere
I rapporti di potere che il messaggio religioso veicola, risentono della stessa logica e perseguono i medesimi fini dei sistemi ideologici.
Il parallelismo tra ideologie e religioni non è né nuovo, né originale e un’attenta analisi etno-antropologica e filosofica può svelarne la comune matrice nel bisogno di assoluto e di assolutizzazioni, proprie dell’essere umano. Nel territorio accidentato del potere e del suo esercizio, le dottrine delle varie "chiese" devono essere osservate alla luce dei pesanti condizionamenti di cui sono state responsabili nei confronti della società di cui hanno dettato le regole morali, imposto i costumi e, più in generale, limitato la libertà. Ciò nel nome di una verità assoluta da difendere e imporre ad ogni costo, persino con i crimini e le barbarie più autentiche.
Proprio la pretesa di possedere la verità è il motore che trascina le religioni verso la violenza, perché chi si ritiene il depositario di una verità assoluta non ha interesse a porla in discussione.
Chi la diffonde - predicatore, evangelizzatore ecc., secondo i casi - non mette in discussione né se stesso né il contenuto del suo messaggio. La sua verità non entra nel comune mercato dove si vende e si acquista: non si abbassa. La sua certezza, se è autentica, non può e non deve retrocedere (Gentiloni 1991,58).
L'incapacità di accettare un confronto si traduce nell'imposizione delle proprie idee e ciò attraverso qualsiasi forma di espressione, perché “imporsi - scrive sempre Gentiloni - vuol dire dominare anche se con i mass media invece che con i fucili” (Ibidem,59). Chi impone la sua verità tende a opprimere, “a togliere all’altro, all’interno e all’esterno, una certa dose di libertà di pensiero, di coscienza, di parola, di movimento” (Ibidem). La storia non è avara di esempi assai significativi: dall’evangelizzazione e la "salvezza", portate a intere popolazioni con la spada e le guerre, dagli eserciti e dai crociati sanguinari, mascherati da "profeti" di Dio, ai roghi, all’Inquisizione, all’indice dei libri proibiti, insomma a tutto il triste armamentario di violenza e repressione che ha tracciato il cammino di religioni diverse, ma eguali nei metodi e nei fini.
La paura del dialogo, il non aver mai ammesso la divulgazione di testi o messaggi ritenuti scomodi, l’aver sempre represso il dissenso rappresentano delle costanti nella storia di tutte le religioni, specialmente di quelle rivelate.
Tutte, attraverso quelle strutture gerarchiche, che sovente ne hanno tradito i principi, si sono occupate dell’individuo con la volontà di azzerarne le caratteristiche più umane, si sono intromesse nella sfera intima con la pretesa di indicare costumi e comportamenti marcatamente sessuofobici, sostenendo, con motivazioni del tutto arbitrarie, la rinuncia ai piaceri della vita quale condizione essenziale per avvicinarsi a Dio.
Interessante, da questo punto di vista, quanto scrive Ginette Paris: quella giudeo-cristiana è davvero
una strana religione, in cui è permesso desiderare la morte perché avvicina a Dio, ma si proibisce di desiderare le donne! In cui le orge dei flagellanti, le automutilazioni e gli spasimi dei martiri sarebbero graditi a Dio, mentre le gioie dell’amore tra uomo e donna lo offenderebbero! (Paris 1985,80).
Contraddizioni palesi e ancor più intollerabili se si pensa che, ricorda ancora la Paris,
agli uomini del clero sarà permesso di prender parte a spargimenti di sangue [...] di mandare soldati al massacro con la benedizione della Chiesa, ma verrà loro proibito di desiderare una donna. E questi uomini asessuati, vegliardi sempre vergini che confondevano costantemente la Donna con la Madre e il sesso con il male, si ritenevano e si ritengono in diritto di controllare la vita sessuale altrui (Ibidem).
Chiunque si sia accostato in maniera critica e non fideista alle tematiche religiose si è dovuto scontrare con un pesante, quanto intollerante, monopolio culturale di quelle istituzioni che della fede si sono fatte principali depositarie e se ne sono servite per esercitare un potere di controllo che, fin dall’antichità, ha operato da vero e proprio filtro di ciò che poteva essere “donato” alla causa del Sapere e ciò che doveva essere assolutamente escluso in quanto pericoloso. Eppure, come afferma David Donnini, “la ricerca di Dio non può che detestare le verità di regime e amare i regimi di verità”; ma quando questa ricerca può approdare a lidi diversi da quelli indicati dalle gerarchie religiose, allora è meglio “prevenire” e reprimere.
Scrive Norberto Bobbio:
Tra la verità assoluta e la non verità c’è posto per la verità da sottoporsi a continuo revisionismo [...] [poiché] quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni comincia la violenza” (Bobbio, cit. in Perelman-Olgrechts 1976,XIX).
Da sempre l’uomo ha cercato di superare i limiti e la finitudine della propria condizione; da sempre la sua mente ha costruito, immaginato, cercato mondi ultraterreni, speranze celesti per vincere la paura tremenda che quella terrena fosse l’unica vita concessa.
A questa coscienza della propria morte, l’uomo risponde con una inesausta tensione verso il superamento del suo stesso limite mortale, e sempre aspira a ricongiungersi a quella totalità originaria che la nascita della coscienza ha spezzato una volta per tutte (Carotenuto 1996(a),62).
In questo senso la ricerca filosofica e quella religiosa, rispondendo ai bisogni fondamentali dell'uomo di situarsi in un universo cui si riconosce un senso e di prenderne possesso per mitigare la propria inferiorità e impotenza, possono venire impiegate ai fini di un esercizio di potere, entrambe attraverso l'uso sottile e manipolatorio del linguaggio. Attraverso il rituale il primitivo come l'uomo moderno, legittimano e impongono la loro presenza e le loro gesta sull’ambiente, ordinandolo, dominandolo, nominandolo. Ricordiamoci che la Genesi narra che Dio stesso sottomette all'uomo tutte le creature della terra e gli concede il diritto di 'nominare' tutte le cose esistenti: è proprio l'azione del dare un nome a ciò che è stato creato, che rende l'uomo "signore" della creazione. All’origine è il Verbo.
Procedendo nel tempo, la religione ha mantenuto sempre questa "vocazione" a dare un nome e a giudicare ciò che esiste, a nominare come 'buone' o come esecrabili determinate azioni dell'uomo, offrendosi essa stessa come "messaggio rivelato", come detentrice del potere di ribattezzare le cose e il mondo oltre i limiti della loro finitudine.
Essa si fa promotrice di una ricerca di significato e custode del bene, proponendosi come misura e verità.
Secondo Freud l'uomo tenterebbe di rispondere, con la metafora religiosa, alla paura dell'insignificanza e della vulnerabilità totale di fronte ai poteri indifferenti dell'universo. Il tal senso la religione si propone come una sfida per l'uomo, una ricerca che mira ad attingere alla divinità, al fine di ergersi vittoriosi sulle forze della natura. L'uomo, cosciente dei propri limiti, tende a proiettarsi oltre la morte: arrendersi alla morte significherebbe abdicare al proprio sogno di 'eternità'. Ma abdicare, assumere un ruolo rassegnato e passivo, rappresenta una sconfitta, come afferma Freud:
I critici - scriveva nel 1927 - persistono nel definire “profondamente religioso” un uomo che ceda al sentimento della piccolezza e dell’impotenza umane di fronte all’universo, benché il sentimento che costituisce l’essenza della religiosità non sia questo, ma solo il passo immediatamente successivo, e cioè la reazione che cerca un rimedio contro tale sentimento. Chi non procede oltre, chi umilmente si rassegna alla parte insignificante dell’uomo nel vasto mondo, costui è davvero irreligioso nel più vero significato della parola (Freud 1927,462-463).
In questo modo Freud ci indica quale sia l'acqua profonda a cui attinge il desiderio del sacro, il suo nucleo intimo e più vero: non un sentimento di insignificanza, ma di profonda significanza, validità e libertà.
Quello che intendiamo sostenere è che laddove la spinta dell'uomo a creare nuovi linguaggi e nuove forme di conoscenza nasce dalla frustrazione e dalla debolezza, dal desiderio di risarcire il danno ricevuto, lì è anche la radice della violenza e del potere. Il vero sentimento religioso, al contrario, è un sentimento antiautoritario, che muove dal desiderio di realizzare il benessere e di condividerlo con altri esseri umani.
Kant e Einstein hanno individuato in poche decisive parole il nesso paradossale tra libertà e religione, o meglio il significato di religiosità non vincolata a una confessione precisa. Il primo affermava semplicemente: “la legge morale dentro di me, il cielo stellato sopra di me”; il secondo:
Voi troverete difficilmente uno spirito profondamente devoto alla scienza che non abbia un suo proprio sentimento religioso. Si tratta, però, di una religiosità diversa da quella dell’uomo semplice. Per quest’ultimo Dio è un essere di cui si cerca la bontà e si teme il castigo; la sublimazione di un sentimento simile a quello che nutre il bambino verso il padre; un essere col quale si stabilisce, per così dire, un rapporto personale, per quanto rispettoso esso sia. Al contrario lo scienziato è penetrato dal senso della causalità universale [...]; il suo sentimento religioso assume la forma dello stupore estatico di fronte all’armonia delle leggi della natura, rivelandogli un’intelligenza superiore [...]. Questo sentimento è il principio che lo guida nella sua vita e nel suo lavoro nella misura in cui egli può elevarsi al di sopra della schiavitù dei suoi egoistici desideri (Einstein 1955, 46).
L’elevazione al di sopra dei propri “egoistici desideri” è lo stesso sentimento che anima lo spirito del creativo, è la sensazione che conduce a percepire la varietà delle esperienze e il divenire degli eventi come un affascinante viaggio alla scoperta di sé e degli altri, e non come un avvicendarsi vertiginoso di stagioni e cose, di spazi ed eventi di cui avere paura e da cui difendersi. Come ha scritto lo psicoanalista Aldo Carotenuto:
Religiosa è quella dimensione umana per la quale un individuo si sente partecipe del mondo, parte integrante di un organismo, di un tutto con cui egli è in profonda relazione. [...] Quando l’individuo avverte questa profonda appartenenza a un universo ordinato, sottoposto a leggi invisibili e purtuttavia precise, vive il suo essere parte di questo tutto con profonda gioia e compassione per gli altri esseri, come ci testimoniano le grandi figure della storia delle religioni (Carotenuto 1996(b),77-78).
Quando il sentimento predominante è la paura, è fatale che si diffondano fenomeni illusori che hanno l’effetto di tranquillizzare gli animi. Il timore della morte e il continuo confronto con il limite e la fragilità dell’esistenza generano il bisogno di credere in qualche cosa che ci trascende. Il desiderio che la vita continui rende l’individuo pronto ad accogliere anche le più clamorose menzogne come supreme verità.
Mai come oggi, per esempio, si è assistito a una imponente diffusione del fanatismo religioso. Gruppi e sette di vario genere - “Guru”, predicatori e padri spirituali - si propongono come la panacea di tutti i mali, di tutte le attese e le sofferenze del mondo.
La figura carismatica del liberatore, di un nuovo Messia, rianima l'anelito incoercibile verso un 'al di là' da venire, in cui troverà pieno compimento e piena realizzazione la giustizia impossibile sulla terra.
Etimologicamente il termine religione deriva da “religare”, ossia “legare”, “tenere insieme”: è la testimonianza del legame che unisce l'uomo al dio. Nelle sette, al contrario, non si comunica, non c’è un vero dialogo né un vero rapporto con il divino. Si è semplicemente "seguaci", come suggerisce il termine setta derivante da “sectari”, che significa “seguire”. Vi è una sottile, ma profonda differenza tra il significato della parola “seguace” e il significato della parola “fedele”: l’uno segue un capo, l’altro stabilisce con lui un “foedus”, un patto, basato, appunto, sulla “fides”, sulla reciproca fiducia.
Chi cerca un'ancora di salvezza, il miracolo ad ogni costo, e ricorre a maghi, veggenti e sette, sottoscrive una sorta di delega in bianco affinché siano altri i "solvitori di enigmi" e i risolutori delle crisi, e non la propria faticosa e sofferta ricerca interiore.
In questo modo la paura della morte viene aggirata e non affrontata. Si alimenta un’illusione di vita eterna che esclude la vita, disprezza il presente e si protende verso un futuro sempre dipinto come luminoso, ma più vicino a un delirio che a una mèta.
La fede non è farneticazione né mercimonio d’indulgenze e di ricompense: essa crea certamente un’illusione, ma di un genere tutto particolare, come diceva Freud:
Caratteristico dell’illusione è il suo derivare dai desideri umani; sotto questo profilo essa si avvicina alle idee deliranti note alla psichiatria; differisce tuttavia anche da queste, a prescindere dalla più complicata struttura dell’idea delirante. In quest’ultima l’elemento essenziale che mettiamo in rilievo è la contraddizione rispetto alla realtà; l’illusione, invece, non necessariamente è falsa, cioè irrealizzabile o in contraddizione con la realtà (Freud 1927,461).
L’illusione religiosa, per essere tale, pretende di essere inconfutabile e indimostrabile. Talora inverosimile, come dice Freud. Ma l’inganno a cui tanti potenti e tanti gruppi di potere hanno piegato la religione, sta nell’aver trasformato lo spazio dell’inverosimile, dell’illusione e del desiderio in quello falso del delirio, dell’ottundimento delle menti. Soprattutto il desiderio di una negazione totale della morte.
Un'altra caratteristica interessante dei gruppi religiosi e delle sètte è che in essi vi è sempre un capo che riesce a condizionare la “spiritualità” della comunità di aggregazione. I seguaci credono che il loro leader abbia delle qualità eccezionali e per questo ne fanno la loro guida.
In realtà siamo di fronte a “una sorta di “follia” di gruppo di cui il capo rappresenta l’espressione più caratterizzante” (Maniscalco 1994,107).
La forza del leader non risiede affatto nelle sue qualità umane, ma nella sua capacità attrattiva: “Egli sa comunicare un sogno, una visione, un’utopia; sa definire e dare corpo ai desideri e alle fantasie” (Ibidem,110).
E’ per questo che i seguaci accettano ogni umiliazione e ogni sacrificio, essi desiderano “raggiungere quel fine, quella condizione che si pone al centro di ogni desiderio, di ogni volizione” (Ibidem).
Mass media e potere
L’“inganno delle menti” che la società contemporanea riesce a perpetrare è quello di far credere che felicità e benessere, spirituali o materiali poco importa, si possano acquistare come qualsiasi altra merce, in qualche “negozio specializzato”. Il luogo di culto di questa nuova corsa all'acquisto è oggi l'informazione. Alternandosi, predicatori di ogni risma, nuovi profeti, maghi della giovinezza, fattucchiere della dieta, santoni dell’eterno amore e ballerine della fiction propongono nuovi ideali di massa e dettano nuovi modelli di identificazione, attraverso un linguaggio completamente 'vuoto' di senso, e carico soltanto di frasi fatte e luoghi comuni, cinismo e narcisismo a buon mercato.
L’equazione informazione = nuova forma di religione, e quindi di controllo, non è più solo un’ipotesi suggestiva. Il sempre più basso livello dei prodotti televisivi, unitamente alla loro tendenza a pervadere ci fa seriamente pensare che la televisione sia andata a colmare dei bisogni naturali nell’epoca della riproducibilità, dell’elevata formalizzazione dei rapporti umani e delle attività lavorative, che hanno appiattito le aspirazioni sull’esistente, senza eliminare il bisogno della fuga dai limiti.
La figura dell’“opinion leader” è forse il prodotto più rappresentativo di questa nuova e pericolosissima industria della banalità e dell’inganno, che agisce nel corpo sociale attraverso messaggi mass-mediali filtrati da ambigue personalità di comunicatori.
L’“opinion leader” televisivo è il risultato della demitizzazione del “potente” epico, eroico, folle, che abbiamo avuto modo di fotografare nei capitoli precedenti. Egli si offre come un modello con cui identificarsi facilmente, perché la sua caratteristica precipua è la normalità. La televisione e la radio, infatti, hanno perso oggi la loro dimensione istituzionale e pedagogica per lasciare spazio a quella emotiva, affettiva, enormemente più efficace e penetrante.
Questo nuovo tipo di televisione subentra al rigore e all’onestà intellettuale di tanti prodotti televisivi del passato. Con la velocità febbrile dei tempi e delle immagini, che vorrebbe riprodurre la mobilità dei nostri tempi convulsi, esso si offre, invece, come un compiaciuto prodotto dell’instabilità e non, come potrebbe aspirare ad essere, quale mezzo di comprensione.
Così la televisione diventa un esercizio di conformismo, un’industria di “déjà vu” e di luoghi comuni, nel flusso dei mutamenti della nostra epoca. E il pubblico sembra esserne assuefatto, stordito, ipnotizzato, ma ancora straordinariamente recettivo. Il disagio esistenziale di questo fine millennio ha bisogno della sua nutrita claque che sappia, al solo comando, alzarsi in piedi e applaudire festante gli attori di turno.
Già nel 1973, un grande interprete del nostro tempo, Pier Paolo Pasolini, riteneva che il potere della seconda rivoluzione industriale volesse forgiare un nuovo tipo di uomo, non più tradizionalista, buon cittadino, onesto e religioso, ma semplicemente conformista e consumatore. Come imporre questa metamorfosi sociale? “Mediante quel processo - affermava Pasolini - che si chiama acculturazione: cioè riducendo e appiattendo tutti gli altri valori e le altre culture non omogenee, ai modelli di una Cultura centrale cioè di una Cultura del Potere” (Pasolini, cit. in Anselmo, 1988).
Inevitabilmente l'informazione, che utilizza un nuovo modello di comunicazione basato su un “linguaggio totale”, fatto di parole, di suoni e di immagini, ci pone altri interrogativi sulle dinamiche sociali del potere.
La strategia del potere è di utilizzare le nuove, confuse frontiere della multimedialità, dell’“ipertesto”, della colonizzazione delle ore notturne. Questi fenomeni sono il prodotto della fruizione mass mediale - e in particolare di quella televisiva - che attraverso di essi esercita il suo singolare e inevitabile potere. E’ chiaro che essi creino nuovi poteri, nuove “cittadinanze”, nuove appartenenze, contemporaneamente all’idea opposta di nuove libertà e opportunità.
I mass media, la televisione in particolare, esprimono dei bisogni latenti e forti dell’individuo e della collettività e risultano essere formidabili veicoli di modelli sociali, promulgatori di nuove tendenze: “tendono a imporre - afferma Umberto Eco - simboli e miti dalla facile universalità, creando dei “tipi” di immediata riconoscibilità e perciò riducono al minimo l’individualità e la concretezza delle nostre esperienze” (Eco 1964,38).
Raramente però sono capaci di imprimere un nuovo sviluppo culturale; anzi toppo spesso assistiamo a una sorta di impoverimento ideologico che ha l’effetto di fornire una visione del mondo e della realtà distorte, prive del filtro essenziale dell’imparzialità e della completezza delle informazioni, nonché di modellare le coscienze, soprattutto delle giovani generazioni e dei bambini, sulla falsariga di nuovi archetipi educativi e di nuovi valori imposti quasi esclusivamente dal mercato. La cosa è particolarmente preoccupante se si tiene conto che, come ricorda John Condry, i bambini, a differenza degli adulti, non guardano la televisione solo per divertimento ma perché cercano, suo tramite, di capire il mondo (Popper-Condry 1994).
La televisione ha oggi il compito di trasformare in bisogni reali le richieste artificiali di cui i paesi ricchi hanno necessità per espandere e mantenere il proprio mercato, quasi sempre a discapito di quelli poveri. In questo modo il “culto del consumo” viene imposto a milioni di persone attraverso l’idea fittizia di un possibile livellamento verso l’alto del tenore di vita, da realizzare ad ogni costo e con ogni mezzo necessario, anche criminale.
Ha scritto Karl Popper:
La televisione [è] diventata un potere politico colossale, potenzialmente si potrebbe dire anche il più importante di tutti, come se fosse Dio stesso che parla. E così sarà se continueremo a consentirne l’abuso. Essa è diventata un potere troppo grande per la democrazia. Nessuna democrazia può sopravvivere se all’abuso di questo potere non si mette fine (Ibidem,44).
Il “grosso totem”, che 24 ore su 24 ci propina messaggi di ogni genere, notizie e opinioni tra le più disparate, sembra dimenarsi tra tentazioni nazional-popolari e programmi “trash”, spazzatura, tenendo d’occhio l’audience piuttosto che l’aspetto qualitativo.
Come afferma Popper, la televisione, che attualmente è una “tremenda forza per il male, potrebbe essere una tremenda forza per il bene” (Ibidem,34).
Questa forza è radicata nella straordinaria capacità seduttiva delle immagini, una capacità che ha radici antiche.
La nostra cultura, infatti, ha sempre pensato per immagini: dal mito al teatro greco, dalla vocazione antropomorfica della religione greca a quella teocentrica del cristianesimo. La stessa “crocefissione-resurrezione”, come alternarsi di vita e di morte, prima ancora di essere un dogma, è ed è stata un’icona.
Forse è per questo che nella cultura occidentale, la storia dell’arte s’interseca nei suoi percorsi con la logica, la filosofia e l’antropologia.
L’immagine, affondando profondamente le sue radici nella percezione che l’uomo ha del reale, struttura sia il pensiero logico che la facoltà immaginativa e riesce a dare un corpo ai pensieri.
Un bambino impara a crescere ascoltando, attraverso le fiabe, gli eterni miti dell’inconscio collettivo, trasformandoli in immagini che, nei sogni e nei pensieri, daranno forme certe alle speranze e alle gioie come alle angosce e alle paure, che assumono così contorni ben definiti e controllabili.
L’immagine, che il tocco leggero di un pittore, di uno scultore o di un regista riesce a proiettare davanti ai nostri occhi, esercita una sua seduzione irresistibile. Questa seduzione è un gioco dei sensi e della mente, in cui le immagini diventano avventura conoscitiva ed esperienza etica.
Anche i grandi miti del cinema, i suoi grandi “attori icone”, esercitano la straordinaria magia di dirci dove e per chi schierarci. Non sono semplici maschere o tipi, ma dei veri e propri archetipi.
Il segreto dell’immagine sta proprio nella sua “leggerezza” e chi sa usare questa “corporea leggerezza” saprà coniugare alla persuasione il gioco della seduzione, quel gioco delle parti in bilico tra intelligenza e immaginario, tra ironia e abbandono.
L’avvento della televisione ha però mutato questo scenario poiché, come afferma il sociologo Franco Ferrarotti, la televisione non si limita a proporre immagini, ma “teatralizza straordinariamente il fatto in sé, tanto da ridurre, fino ad annullarla, la capacità di giudizio autonomo dello spettatore” (Ferrarotti 1992,67). Non è più il gioco della seduzione. A differenza di altri mezzi di comunicazione, come la stampa, che permettono la riflessione critica e il costante controllo della coerenza logica delle tesi e delle prove - potendo il lettore continuamente rileggere un articolo in ogni sua parte - la televisione invece tende a fornire informazioni e immagini che già contengono un giudizio sulla realtà. Far vedere, ad esempio, un gruppo di manifestanti che si scontra con le forze dell’ordine, definirli “teppisti”, mostrarli come tali in un atto o in un gesto determinati e non fornire nessuno di quelli che Ferrarotti chiama “dati di sfondo”, ossia “le matrici causali e condizionali che aiutano una comprensione globale del fatto specifico” (Ibidem,68), significa certo dare informazioni ma anche far conoscere agli spettatori una realtà assolutamente distorta e parziale.
Le immagini televisive offrono, quasi sempre, messaggi che oscillano tra la finzione assoluta e la verità più bruta: finzione e materialità, ossia niente di più "disumano".
Umano è l'immaginario, il ricordo, il sentimento, la riflessione e la fantasia sulla vita vissuta.
Le scienze sociali, "in primis" la pedagogia, devono raccogliere la sfida che la sorte dei non privilegiati, dei nuovi analfabeti, lancia loro.
E' una sfida che esse dovrebbero rivolgere apertamente al potere “leggero” e spaventoso dei nuovi media, militando sul terreno dell'indagine linguistica.
Solo la codificazione rigorosa, dal punto di vista linguistico e cognitivo, di una "grammatica" della brutale virtualità televisiva potrà avviare una metodologia educativa e scientifica che smascheri e annienti il potere dei Media.
Oggi infatti la fruizione isolata e individuale dei mezzi telematici di comunicazione ripropone la questione delle differenze che ogni individuo attiva nell'applicare le proprie conoscenze, le proprie competenze, le proprie capacità cognitive di processare le informazioni.
Maggiore è la sua alfabetizzazione culturale e linguistica sugli attuali strumenti del comunicare, maggiori saranno le sue possibilità di entrare nel libero mercato delle conoscenze, ormai caratteristico dell'attuale “economy information", in cui specializzazione e globalizzazione si muovono simultaneamente in equilibrio instabile, ma promettente di nuovi sviluppi.
"A queste magnifiche sorti e progressive" che delineano gli affascinanti orizzonti della "ricezione interattiva" ed eterogenea, non parteciperanno certo gli esclusi di sempre: gli esclusi dal sistema formativo degli alfabetizzati, oppure i più indifesi - i bambini a rischio e i cosiddetti “extracomunitari". Essi transitano ai confini di questo modello di potere e di sviluppo imperfetto e fortemente cristallizzato.
La televisione, insomma, ci espone quotidianamente a un rischio gravissimo, che non è solo quello di una informazione faziosa:
Il potere di incantamento dell’immagine ci sottopone ad un rischio ancora più insidioso, di cui lo spettatore singolo non è certamente consapevole e che si pone tuttavia come un esito che sarebbe imprudente scartare a priori: alla lunga scadenza, attraverso il condizionamento delle coordinate spazio-tempo in cui il processo cognitivo ha luogo, la TV potrebbe ottenere il monopolio della conoscenza. Non è un rischio da poco (Ibidem,69).
Non solo quindi giudicare la realtà, ma arrogarsi il diritto di decidere a priori per conto di chi guarda, ciò che può e deve essere “conosciuto” e ciò che non può né deve esserlo.
La mondializzazione è ormai una realtà: Internet e la multimedialità consentono una comunicazione interplanetaria praticamente in tempo reale; le distanze si riducono vertiginosamente giorno per giorno. Chi gestisce questo enorme mercato mondiale, chi ne decide gli indirizzi? Il Potere - di nuovo, come sempre - sta riorganizzando velocemente la sua “dimora”; non teme le sfide della contemporaneità. Per non rimanere schiacciati da una nuova sudditanza telematica, ridotti al rango di semplici codici di “password” e “user name”, terminali in carne ed ossa di elettronici “bip”, la strada deve essere quella di una sempre maggiore presa di coscienza, riscoperta dell’essenza profonda dell’esistenza umana. Sarà allora possibile modellare e non essere modellati dal progresso, usare e non essere usati da Internet, orientare e non essere orientati dal mercato televisivo.
Consapevoli delle nostre forze intellettuali, non sarà difficile squarciare “il velo di Maia” delle menzogne e degli inganni spesso subiti, ma altrettanto spesso cercati, come palliativi e analgesici della paura e dell’angoscia di vivere.