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Ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era riuscito vincitore su se medesimo. Amava il Gran Fratello.
(Orwell 1949,327)
Un potere impersonale
Se spostiamo l’oggetto della nostra ricognizione dal potere che s’incarna nei dolori e nei bisogni al potere impersonale, in quanto sistema, incontriamo lo Stato, oggetto di una scienza, e la Politica, che ne elabora la teoria e ne determina la prassi.
In quest’ottica “impersonale”, la politica è il principale perimetro entro il quale nasce e si sviluppa il fenomeno del potere.
Sarà dunque necessario, sia pur nei limiti imposti dagli obiettivi di questo lavoro, soffermarsi brevemente sul suo significato, sui suoi fini e le sue dinamiche.
Nel quadro delle prassi politiche - scrive Giulio Chiodi (1979) - sussiste un potere sistemico e unitario che denota l’esistenza di una dimensione sempre superordinata a qualsiasi sede e a qualsiasi relazione di dominio.
E’ come se esistesse un’entità astratta e impersonale, una eterea soffocante presenza, distinta da qualsiasi forma di governo. Estremizzando le attuali considerazioni di Chiodi, con la sensibilità che è tipica dell’artista, Orwell preconizzò l’oscurantismo ideologico di quello che è stato il “sistema”, occulto e impenetrabile, per eccellenza: la Russia staliniana.
Il suo libro - 1984 - dipinge al meglio l’atmosfera cupa e soffocante in cui si trovano a vivere i due personaggi principali - un uomo e una donna - che non sono più padroni dei loro pensieri. L’atto conclusivo sarà, appunto, una gelida e fiacca rinuncia alla lotta, che viene anticipata già nella sua inanità.
Come è possibile, infatti, confrontarsi e abbattere un nemico che non ha volto né nome e che si nasconde dietro la spessa coltre del potere impersonale?
Ogni pensiero politico, sia esso anarchico, democratico o dispotico, si configura - così - come un’illusione, un puro esercizio intellettuale incapace di incidere e intaccare i luoghi dove il potere, quello effettivo, decide, delibera e impone. "La lotta del potere, per il potere e contro il potere - ribadisce Chiodi - è sempre una lotta per o contro un fantasma" (Chiodi 1979,267).
Il potere politico, in questa prospettiva, viene a configurarsi come qualcosa di autonomo e separato che segue sue precise logiche, piuttosto che rispondere alle direttive e agli indirizzi di coloro che, formalmente, lo gestiscono.
Per questo, secondo Chiodi, diventa inutile sperare di poter eliminare il potere dalla società o di poterlo redistribuire democraticamente tra tutti: il potere c’è sempre ed è insopprimibile così come c’è sempre qualcuno che lo esercita. Ma questi lo fa solo “temporaneamente”, in modo fittizio.
Anche Foucault è dell’idea che non sono i governanti i detentori del potere, e che nessuno può dirsene l’effettivo titolare in senso stretto. Esso però “si esercita sempre in una certa direzione, gli uni da una parte gli altri dall’altra; non si sa esattamente chi lo abbia; ma si sa esattamente chi non lo ha” (Foucault 1971-76,114).
Il sociologo tedesco Heinrich Popitz, riprendendo teorie già sviluppate da Max Weber, afferma su un piano decisamente più pragmatico che qualsiasi forma di potere si coagula nel dominio, partendo da un processo detto di istituzionalizzazione, dove si rafforzano tre tendenze:
In primo luogo una crescente spersonalizzazione del rapporto di potere. Non avviene più che il potere stia o cada con quella particolare persona a cui momentaneamente spetta di dare ordini. Si collega in fasi successive con determinate funzioni e posizioni che possiedono un carattere sovrapersonale. In secondo luogo una crescente formalizzazione. L’esercizio del potere si orienta sempre più nettamente a regole, procedimenti, rituali [...] Un terzo carattere della progressiva istituzionalizzazione del potere è la crescente integrazione dei rapporti di potere in un ordinamento onnicomprensivo (Popitz 1968,42).
Questo processo di consolidamento non è il dominio vero e proprio: questo, sempre secondo Popitz, si realizza compiutamente quando il potere, da sporadico, diventa in grado di rafforzarsi a ogni livello e di standardizzare il comportamento di chi ne dipende e poi, ancora, sovrapersonale: "un posto che è trasferibile e si provvede ad occupare" (Ibidem), con tanto di successori e predecessori. Il livello finale di istituzionalizzazione del potere è rappresentato dal dominio statale e dalla trasformazione del dominio centralizzato in pratica quotidiana.
Lo Stato dunque, secondo il sociologo tedesco, non è altro che lo strumento attraverso il quale il potere mette in atto il proprio dominio; una visione negativa forse, ma realistica, se si tiene conto dello sviluppo storico e di come coloro che si sono trovati a gestire la "cosa pubblica" abbiano dimenticato la dimensione sociale e di servizio del loro compito.
Si viene in questo modo a delineare il profilo intangibile di un’entità tanto immensa, e a volte incomprensibile, quanto pervasiva e capillare: una sorta di “impersonalità del potere” che ci eleva nell’atmosfera rarefatta e quasi metafisica del sistema, inteso come categoria astratta della logica e dell’agire sociale.
Questa idea, però, non deve indurci a generalizzare.
Esistono infatti differenze assai consistenti tra forze politiche che si rifanno a tradizioni diverse, così come esistono differenze sostanziali tra chi esercita il potere mosso unicamente dalla volontà di dominio e chi, invece, mette al servizio della società le proprie capacità. E’ qui che vanno ricercate le costanti e le discriminanti della storia e delle organizzazioni politiche ed è qui che può aprirsi un varco alla speranza di chiunque creda in una vera democrazia.
Il termine “politica” deriva dall’aggettivazione di “polis” (politikòs), significante tutto ciò che si riferisce alla città, e quindi al cittadino, alla sfera civile e pubblica, ma anche socievole e sociale. In età moderna la parola ha perduto parte del suo significato originale e viene impiegata, ormai comunemente, per indicare l’attività o l’insieme di attività che hanno in qualche modo come termine di riferimento lo Stato (Bobbio-Matteucci-Pasquino 1990,800). In ogni caso, essa indica la scienza o l’arte di governare.
La politica ha subìto, nel corso dei secoli, numerose mutazioni, non solo nel suo significato precipuo, ma anche negli strumenti e nell’azione, mantenendo comunque la caratteristica di strumento indispensabile e irrinunciabile nel regolare ogni aspetto della vita degli uomini. Nel pragmatismo quotidiano, è - o dovrebbe essere - confronto, mediazione, dialogo, forza delle idee e, spesso, anche dei mezzi per farle prevalere; è di certo, come affermava Benedetto Croce, "triste necessità" di sporcarsi le mani per avere a che fare con "gente brutta", ma anche "arte sublime" di fondare e mantenere quella grande istituzione, altrimenti impensabile e irrealizzabile, che è lo Stato.
La complessità della politica risiede innanzitutto ed essenzialmente in questo: nel fatto, appunto, che essa non è solo una teoria, ma una scienza applicata; si concretizza cioè in una precisa prassi. Come scienza, infatti, si avvale di un metodo, segue una sua logica e persegue determinati obiettivi.
Nella sua traduzione in azione sociale si apre un enorme divario fra teoria e prassi, fra le sue intenzioni e la ricerca di un effettivo 'bene comune', fra le necessità del popolo e gli interessi di stato, che molto spesso divergono e trasformano l'esercizio della politica in un abuso di potere.
A questo punto è inevitabile chiedersi quali siano i fini della politica.
Potremmo dire innanzitutto che essa non ha fini stabiliti una volta per sempre o un fine ultimo che tutto comprende: “i fini della politica - scrive Norberto Bobbio - sono tanti quante sono le mete che un gruppo organizzato si propone, secondo i tempi e le circostanze”. Si può individuare solamente un fine minimo: “l’ordine pubblico nei rapporti interni e la difesa della integrità nazionale nei rapporti di uno Stato con gli altri Stati” (Ibidem,804).
E nemmeno appare possibile parlare, come spesso avviene specialmente in periodi di crisi come quello attuale, di immoralità della politica. La morale confusa con la politica ha sempre inteso mascherare, nel nome di superiori ideali, autentiche “bassezze” che altrimenti sarebbero risultate immediatamente evidenti agli occhi di una pur distratta opinione pubblica.
Mi pare interessante a questo punto una contestata riflessione di Bobbio, secondo cui la cosiddetta immoralità della politica si risolverebbe in una morale diversa da quella del dovere per il dovere: “è la morale per cui si deve fare tutto quello che è in nostro potere per realizzare lo scopo che ci siamo proposti, perché sappiamo sin dall’inizio che saremo giudicati in base al successo” (Ibidem,808).
Questa morale machiavellica, per cui il politico deve saper essere “golpe” e “lione” pur di mantenere il potere, è stata oggetto di analisi da parte di tutte le scuole e correnti di pensiero politico, proprio perché è attorno a essa che si sono sviluppate le concezioni di dominio e capacità.
E’ bene ricordare che il Machiavelli affermava, ne Il Principe, di voler andare “drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa” (Machiavelli 1513,XV), ossia più che teorizzare immaginifici Stati ideali, egli intendeva presentarci la realtà, quella a lui contemporanea, così com’era, con le sue miserie e le sue rovine. Proprio questa realtà mostrava al Machiavelli che anche la violenza e il male potevano essere dure e dolorose necessità, indispensabili però ai fini di una più umana e civile convivenza. E’ in questo passaggio che troviamo la sua profondissima dimensione etica e morale.
Del resto i “Discorsi” di Machiavelli sono un vero e proprio elogio alla libertà e sarebbe sbagliato pensare che il Principe sia andato in tutt’altra direzione.
Lo studioso francese Raymond Aron ha dedicato gran parte dei suoi scritti e della sua elaborazione politico-filosofica alla sintesi tra queste due opere:
"Machiavelli - scrive Aron - non raccomanda le tirannie e tesse invece l’elogio della libertà romana. Ma riconosce la necessità dei dittatori e persino dei monarchi assoluti, laddove invece i popoli corrotti sono indegni e incapaci di ordinamenti liberi" (Aron 1993,100-101)
L’erronea sintesi del machiavellismo nella massima secondo cui “il fine giustifica i mezzi”, che costituirebbe l’esaltazione di ogni violenza, menzogna e vessazione, in realtà tradisce l’insofferenza di coloro che non si sono mai rassegnati a una dimensione laica della politica, capace, senza principi metafisici e ultraterreni, di badare al bene della comunità e di ogni suo singolo membro, e l’arroganza di quanti, prescindendo da qualsiasi capacità o voglia di mettersi al servizio degli altri, hanno usato tutti i mezzi a disposizione per raggiungere i fini più ignobili.
Va perciò recuperata l’autenticità alta e profonda del messaggio dell’intellettuale fiorentino, colui che, come scriveva il Foscolo ne I Sepolcri “temprando lo scettro a’ regnatori gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue”.
La mancanza di etica nella politica va ricercata, allora, nell’analisi delle cause che hanno consentito, storicamente, l’imporsi, nella lotta per il potere, di quanti hanno affidato la propria forza e le proprie fortune alla volontà di dominio. Non per esercizio di erudizione o per amore della storia, ma perché non si può pensare che la volontà di dominio e la sua degenerazione nei regimi totalitari, anche oggi che appare superata l’era dei conflitti ideologici, siano state sconfitte una volta per sempre: i sistemi democratici ne sono tutt’altro che immuni.
Luciano Gallino, a questo proposito, sottolinea come sia sempre possibile la fine della democrazia poiché, indipendentemente dalle condizioni storiche, economiche e sociali, “gli avversari della democrazia circolano numerosi tra noi, ma stanno anche dentro di noi, nel perenne conflitto ch’è a un tempo sociale e psichico, tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà” (Gallino 1994,XIII). L’angoscia per il futuro mal si coniuga con la volontà di decidere da soli e così si preferisce delegare ad altri la scelta.
L’esempio italiano è forse tra quelli più calzanti. La democrazia repubblicana, figlia della guerra e della Resistenza, ha partorito un sistema di corruzione e un intreccio perverso tra politica, imprenditoria e malaffare che ne ha messo in discussione le fondamenta, i presupposti e la credibilità. Come chiamare, se non volontà di dominio, il potere di cui alcuni si sono serviti per accrescere fortune e patrimoni personali a discapito degli interessi collettivi? Chiaramente il discorso non è limitato o circoscrivibile alla realtà italiana: in ogni democrazia l’ontologia della politica ha dimostrato di non disdegnare il “particulare”, lo scambio, il mercimonio tra gli interessi di pochi; anzi, ha cominciato a farsi campo d’azione privilegiato, professione, diplomazia, scacchiera, logica di interessi.
Vale la pena chiedersi a questo punto se ciò sia stato il risultato inevitabile di quella che Chiodi ha definito “l’illusione democratica” o se, invece, non tanto il sistema, quanto gli uomini ne siano stati la causa effettiva. La risposta deve essere inequivocabile: il potere politico diventa dominio quando gli interessi personali e di parte sono prevalenti e si scontrano con quelli collettivi ed è, allora, inevitabile il suo degenerare che porta a forme di totalitarismo o a pseudo democrazie fondate su un sistema clientelare e sulla corruzione.
La degenerazione delle ideologie
Da quando Hobbes e Machiavelli hanno decretato la nascita della politica e della gestione del potere come vera e propria scienza, le epoche si sono succedute non più all’insegna della religione e del puro pensiero, ma della consapevolezza che i sistemi politici e sociali possono produrre le coscienze e che, ormai, non sarebbe più potuto accadere il contrario.
Dall’assolutismo moderno in poi, il Potere in quanto sistema, ossia in quanto Stato, ha attraversato la sua apoteosi di “weltanschauung” (visione totale della vita e del mondo) che ha plasmato le identità, i costumi e gli eventi della storia.
Il Novecento, così povero di filosofie forti e di “massimi sistemi”, ha forse trovato nella nascita delle ideologie politiche la sua filosofia dominante. E’ stata un’epoca che ha capovolto i parlamenti e i sovrani ottocenteschi e che, dopo gli assolutismi moderni, ha portato alla nascita di nuovi poteri impersonali: i totalitarismi.
Storicamente, sono state le ideologie conservatrici a farsi portavoce della visione del potere come dominio, e con esse i regimi totalitari, ma anche in questo caso non è possibile generalizzare. Mentre, ad esempio, non esiste alcuna differenza sostanziale tra l’ideologia del nazismo e la sua applicazione concreta, tra l’ideologia comunista, il marxismo e i regimi dell’Est (lo stalinismo) le differenze sono consistenti.
Da un punto di vista strettamente teoretico si ha difficoltà a parlare di ideologia del nazismo o del fascismo, poiché le produzioni teoriche sono state assai limitate e prive di qualsiasi valore letterario e non a caso sia Hitler che Mussolini hanno attinto a piene mani da pensatori che nulla avevano a che fare con le loro farneticazioni: basti pensare all’utilizzo che il nazismo ha fatto di un filosofo libero come Nietzsche. Il nazismo e il fascismo sono esattamente ciò di cui la storia ha reso testimonianza.
Le ideologie della sinistra, dal lato opposto, possono contare su migliaia di pensatori e di elaborazioni teoriche.
Sono sempre state queste ideologie a fornire gli argomenti e gli strumenti delle battaglie che, via via, si sono succedute per l’affermazione di una reale giustizia sociale, dell’uguaglianza, della libertà, contrastati da coloro che facendosi scudo di idee conservatrici e di falsi principi morali si opponevano a ogni tipo di progresso per difendere a oltranza privilegi anacronistici e “feudali”.
Lo studioso Mario Stoppino elenca alcune differenze fondamentali tra l’ideologia comunista e quella nazi-fascista che vale la pena riportare, perché esplicitano compiutamente la struttura di due concezioni e visioni del mondo assolutamente antitetiche e conflittuali:
L’ideologia comunista è un insieme di principi coerente ed elaborato, che descrive e guida una trasformazione totale della struttura economico-sociale della comunità; quella fascista, di cui si tiene qui presente la più radicale versione nazista è un insieme di idee o di miti assai meno coerente ed elaborato, che non prevede né guida una trasformazione economico sociale della comunità; l’ideologia comunista è umanistica, razionalistica, universalistica: il suo punto di partenza è l’uomo e la sua ragione; ed essa assume perciò la forma di un credo universale, che abbraccia l’intero genere umano. L’ideologia fascista è organicistica, irrazionalistica e antiuniversalistica: il suo punto di partenza è la razza concepita come un’entità assolutamente superiore agli uomini singoli [...] L’ideologia comunista presuppone la bontà e la perfettibilità dell’uomo e mira all’instaurazione di una situazione sociale di piena uguaglianza e libertà [...] L’ideologia fascista presuppone la corruzione dell’uomo e mira all’instaurazione del dominio assoluto di una razza sopra tutte le altre (Bobbio-Matteucci-Pasquino 1990,1174).
Se ciò corrisponde a una verità storica è però difficile trovare, ad esempio, nella Russia di Stalin, o più recentemente nella Romania di Ceauçescu, tracce di ciò che Marx pensava dovesse essere il comunismo, oppure di ciò che Lenin immaginava dover essere la collettivizzazione dell’economia; la definizione di “capitalismo di stato” data ai regimi dell’Est è forse quella che meglio traccia la distanza con l’idea di comunismo cui dicevano, formalmente, di volersi rifare. Questo perché la degenerazione dell’ideologia si deve ricondurre, ancora una volta, al problema del potere; il potente “malato”, e tanti se ne sono visti nei regimi dell’Est, traduce qualsiasi ideologia in un mezzo per raggiungere i suoi scopi personali.
Il comunismo e il marxismo sono ideologie che non hanno mai trovato un’attuazione pratica conforme e coerente alla teoria; si può discutere se ciò sia possibile, se non siano destinate a rimanere inevitabilmente nel limbo delle belle utopie, ma è un dato di fatto che i regimi che a esse si sono ispirati, e nel loro nome organizzati, si sono rivelati, il più delle volte, delle caricature destinate, come poi è avvenuto, a crollare miseramente.
Perché è stato possibile che ideologie assai differenti abbiano costruito prassi di dominio sostanzialmente identiche?
Il totalitarismo, termine che dai primi del Novecento sostituisce quello ormai obsoleto di tirannia, per designare tutte le dittature monopartitiche, è una forma di dominio che, come affermava Hannah Arendt, non si limita a distruggere l’uomo in quanto soggetto politico, ma annienta anche le istituzioni e i gruppi che rappresentano il tessuto delle relazioni private dell’uomo, espropriandolo della sua dimensione sociale nonché del proprio Io.
I regimi totalitari, a prescindere dalle ideologie cui dicono, formalmente, di far riferimento, hanno caratteristiche comuni: innanzitutto essi vogliono “tradurre in realtà il mondo fittizio della ideologia, e confermarla tanto nel suo contenuto [...] quanto nella sua logica deformata. Essi colpiscono, infatti non solo i nemici reali [...] ma anche e tipicamente quelli oggettivi” (Ibidem,1170); secondariamente, il capo è il solo depositario dell’ideologia ufficiale: c’è un partito unico di massa e viene instaurato un regime di terrore poliziesco che pretende di avere il controllo assoluto delle coscienze e delle conoscenze.
Mediante l’ideologia, i regimi totalitari mettono in atto la pratica dell’inculturazione, ossia dell’educazione dell’individuo, trasferendo una cultura, e quindi una società, debitamente “filtrate”. La trasmissione d’ideologia è la trasmissione del modo inconscio con cui vengono percepiti, accettati e subiti gli oggetti, le persone, le situazioni e i comportamenti da parte dell’individuo inculturato. Egli, nell’atto di acquisizione e d’introiezione dell’ideologia, diviene anche inconsciamente un nucleo del potere totalitario, poiché è agente attivo della cultura e dell’ideologia.
Il terrore totalitario, inoltre, imposto dall’ideologia e dalla “logica della personalizzazione del potere inibisce ogni opposizione e anche le critiche più tenui, e genera coercitivamente l’adesione e il sostegno attivo delle masse al regime e al capo personale” (Ibidem,1180). Ma si tratta, con tutta evidenza, di un sostegno fittizio che affonda le sue motivazioni nella paura ed è per questo destinato a finire, anzi il più delle volte a trasformarsi in odio rivoluzionario contro quei regimi. Dice bene David Donnini che gli eccessi dei regimi comunisti rappresentano gli esempi storici più eclatanti di come un idea nata nel nome della giustizia, del riscatto degli oppressi, della libertà e dell’uguaglianza sia riuscita a mutarsi nell’autoritarismo di una vera e propria tirannia.
Si capisce bene che in questo quadro e dentro queste precise caratteristiche non hanno alcun senso le differenze ideologiche: i gulag staliniani sono stati sostanzialmente identici ai campi di concentramento nazisti, così come i morti di Piazza Tien An Men e quelli degli stadi cileni dopo il golpe di Pinochet.
Tornando alla domanda sul come e il perché dei regimi totalitari, Stoppino scrive che le condizioni che hanno reso possibile il totalitarismo vanno rintracciate nella “formazione della società industriale di massa”, nella “persistenza di una arena mondiale divisa” e nello “sviluppo della tecnologia moderna” (Ibidem). Da un lato, infatti, l’industrializzazione ha generato insicurezza e mobilità sociale, dall’altro lo sviluppo tecnologico coniugato con gli strumenti della violenza, dei mezzi di comunicazione, delle tecniche organizzative nonché di quelle di sorveglianza e controllo “consentono un grado massimo di penetrazione-mobilitazione monopolistica della società, che non ha precedenti nella storia” (Ibidem).
Questa prima spiegazione è certamente plausibile, ma ritengo che le motivazioni e le ragioni più profonde vadano cercate altrove e precisamente nell’individuare il processo di degenerazione che ha portato idee e ideologie “giuste” a essere piegate e trasformate in strumenti di oppressione.
Nel libro della Repubblica, Platone individua quattro forme di governo: timocrazia, oligarchia, democrazia e tirannia, destinate a succedersi in continua graduale discendenza: ossia ciascuna rappresenta la degenerazione di quella che la precede, fino a toccare il gradino più basso rappresentato dal tiranno. Ciascun tipo di governo è, secondo Platone, potenzialmente positivo poiché fa riferimento a principi validi che sono: l’onore nella timocrazia, la ricchezza nell’oligarchia, la libertà nella democrazia, il potere nella tirannia. Ma proprio questi principi sono destinati inevitabilmente a corrompersi e a far degenerare il governo e con esso lo Stato.
Per Platone, scrive Norberto Bobbio,
la corruzione di un principio sta nel suo eccesso. L’onore dell’uomo timocratico si corrompe quando si trasforma in ambizione smodata e brama di potere. La ricchezza dell’oligarchico quando diventa avidità, avarizia [...] La libertà del democratico quando diventa licenza, credere che tutto sia lecito, ogni regola possa essere impunemente trasgredita. Il potere del tiranno, quando si trasforma in puro arbitrio e violenza fine a se stessa (Bobbio 1976,23).
Marx, dal canto suo, riteneva che tutte le ideologie fossero idee false, frutto delle relazioni e delle condizioni materiali dell’uomo, emanazioni dirette delle idee della classe dominante, destinate a essere eliminate nella futura società comunista. Non solo: nello sviluppo della lotta di classe, Marx riteneva il ricorso alla violenza e alla dittatura del proletariato inevitabili, ma temporanei e necessari per trasformare la struttura sociale borghese e capitalista in una comunista. Proprio come i principi di Platone, questi che sono elementi qualificanti del pensiero marxista, nel corso degli eventi storici, sono stati “corrotti” fino a perdere le connotazioni originali.
La violenza e la dittatura del proletariato sono rimaste fini a se stesse, trasformandosi in puri e semplici strumenti di controllo sociale e di oppressione, l’ombrello dietro cui nascondere una pratica di gestione del potere non dissimile dai regimi reazionari; il marxismo è diventato l’ideologia ufficiale dei paesi dell’Est con forme di ritualità, culto della personalità e venerazione dei capi non troppo diverse da una religione qualunque. E’ vero, la contingenza storica, la guerra fredda, gli armamenti nucleari, il dover soddisfare le esigenze di un territorio e di una popolazione vastissima, vissuta per secoli in condizioni di assoluta miseria e sfruttamento, hanno imposto di sacrificare le idealità alle necessità, ma non può essere taciuto il fatto che i burocrati e i funzionari di partito nulla hanno fatto per impedire che idee giuste degenerassero fino ad assumere, agli occhi della gente, le sembianze di strumenti liberticidi e oppressivi.
Anzi, pur di mantenere il potere, la “gerontocrazia” dei paesi dell’Est ha ignorato e represso i mutamenti sociali, le esigenze economiche e le richieste di riforme levatesi da più parti, fino a trasformarsi in quei regimi totalitari che sono poi stati travolti nel nome di nuove libertà e di nuovi bisogni.
Troppo recenti sono i fatti dell’89, per avere una comprensione esaustiva di quanto accaduto, per capire esattamente quali elementi abbiano agito da catalizzatore di un mutamento politico e sociale senza precedenti, ma di certo quanto avvenuto negli anni scorsi nell’Europa dell’Est dimostra, qualora ce ne fosse stato bisogno, che il potere diventa dominio quando gli interessi collettivi vengono subordinati, sacrificati, ignorati a favore di interessi di parte, siano essi personali, di partito o di apparati burocratici.
Dopo la caduta del muro di Berlino anche le democrazie occidentali non sono state più le stesse; scomparso lo “spettro del comunismo” e con esso il riferimento ideale di molti partiti di sinistra, e la ragion d’essere di altrettanti partiti di destra, basati esclusivamente sulla paura del comunismo, si sono mitigati di molto le asprezze e i toni nella lotta per il potere.
Ciò doveva essere un bene, ma di fatto ha prodotto un marcato impoverimento del dibattito politico, un appiattimento delle posizioni, una sostanziale uniformità dell’agire dei partiti.
Vi sono state epoche in cui si credeva nei valori ideali della politica e si era disposti anche alla rivoluzione pur di riaffermare una piena giustizia sociale; gli scontri hanno condotto nel tempo a un sistema sicuramente più evoluto e più umano.
Ora che sono finiti i tempi delle grandi riforme, delle ideologie, sembra che il dibattito tra le varie fazioni abbia perso consistenza.
Si discute sempre meno di programmi e di idee e si preferisce basare lo scontro esclusivamente su reciproche accuse, scadendo spesso in una schermaglia polemica di basso livello.
Si ricorre, come denuncia Giorgio Bocca, a programmi vaghi e demagogici e si adotta un linguaggio insignificante che priva ogni schieramento della sua identità; sono tutti cattolici, moderati, democratici.
“Non esistono più differenze di morale, di stile, di cultura, di convinzioni politiche ma esiste soltanto il potere, con la sua società promiscua che è il suo brodo di coltura” (Bocca 1996).
Occorrerebbe riscoprire il vero significato della politica quale impegno a contrastare in ogni modo il potere come dominio, per riaffermare l'improrogabile esigenza di una gestione degli interessi comuni a servizio della collettività.
Purtroppo la storia dimostra che sono rari i casi di esercizio del potere come capacità e servizio, e quasi sempre, come abbiamo visto, accedono a ruoli governativi persone con qualche elemento di anormalità.
Eppure non bisogna essere degli utopici sognatori per immaginare una politica intesa come servizio, luogo di confronto e anche di scontro, da cui sappiano generarsi scelte di libertà, giustizia, uguaglianza e pari opportunità.
Bobbio ha ragione nell’affermare che è il successo il metro di giudizio dell’azione politica, ma ciò in una generale condivisione delle regole e di quei principi fondamentali appena citati che dovrebbero essere costitutivi di ogni moderna democrazia. Considerato, però, che l’esperienza e il corso degli eventi ci hanno insegnato come, al di là della retorica, ciò quasi mai corrisponda a realtà, non è possibile, allora, prescindere dai fini ultimi, e quindi ideali, delle forze politiche (non di rado traditi proprio in nome del successo nel contingente). Se il fine di un partito è la libertà e quello del suo antagonista l’oppressione, non è possibile pensare di equipararli o che il successo possa essere l’unico metro di giudizio, poiché esistono una diversa etica, coerenza e validità, anche dei fini, così come, spostando il discorso dai partiti alle persone singole che operano in politica, non basta più riferirsi esclusivamente alla condivisione dei fini del partito o dell’ideologia di riferimento.
La cultura è l’unico strumento in grado di restituirci la dimensione più autentica del potere politico. Cultura, o culture, non significa erudizione fine a se stessa o sterile conoscenza enciclopedica, bensì essa deve essere unita indissolubilmente alla ragionevolezza e alla sensibilità d’animo che permettono di non fermarsi alle apparenze, ma spingono con irrefrenabile curiosità all’indagine dell’essenza delle cose per coglierne “l’intimità” più profonda, individuando realmente dove risiedono il ‘vero’ e il ‘giusto’.