(Canetti 1942,15)
La trasgressione necessaria
Il potere ha sempre ostacolato il progresso della società e la realizzazione dell’uomo.
I potenti di ogni epoca, atterriti dal pericolo di perdere il ruolo di dominio, si sono arroccati su posizioni conservatrici opponendosi a tutte le istanze dirette a un rinnovamento e alla riaffermazione della giustizia sociale.
L’uomo però non tollera le imposizioni e non accetta l’idea di sottomettersi ai voleri altrui, perché è nato libero e la sua stessa natura lo spinge alla ricerca dell’autonomia.
Una forza superiore alle catene della dura quotidianità ha messo le ali a coloro che non si rassegnano a subire: spacca, fruga tra i pensieri, urla di cambiare, di smetterla con l’accettazione passiva di un destino troppo spesso ritenuto inevitabile.
La libertà allora si trasforma nell’ossimoro cristallino di un’improvvisa metamorfosi, illumina le notti insonni degli utopisti di oggi, gli eroi di domani; infiamma e trascina i cuori e le menti di tutti gli oppressi e ugualmente, ma con aspetto sinistro e terribile, quelli di tutti gli oppressori.
E’ un viaggio continuo, quello dell’uomo alla ricerca della libertà, un peregrinare atavico, dove la mèta da raggiungere è l’unica linfa vitale, l’unico “cibo” dei viaggiatori. Talvolta può essere necessario riposarsi al riparo di un focolare, aspettare che passi una notte, giunta di sorpresa, a spaventare i cuori; si dubiterà del proprio percorso, ma quando tornerà il mattino con il suo tepore, si ripartirà con nuovo coraggio e nuovo vigore verso “l’isola che non c’è”: è lì che gli stolti accantonano i sogni, è lì che invece bramano di arrivare coloro che hanno scelto di essere persone libere, sempre e comunque, piuttosto che ombre sbiadite di ipocrisia e rassegnazione.
La libertà è il motore della storia dell’uomo: la ribellione di Adamo ed Eva alle regole di un paradiso terrestre dove erano proibite “virtute e conoscenza”, ne è il primo esempio. Mangiare il frutto proibito, in questa ottica, non è il peccato originale ma il simbolo di come l’uomo abbia sempre rifiutato ogni forma di imposizione, spingendosi anche ad abbandonare, come afferma Aldo Carotenuto, “l’esistenza protetta ma cieca dell’Eden” (Carotenuto 1996(a),6):
la nudità dei progenitori mitici vuol essere intesa come nudità psicologica, come l’essere esposto, privo di protezione e riparo, di chi è stato abbandonato; e tuttavia è proprio questa solitudine il passaggio irrinunciabile del farsi uomo. L’uomo è disperatamente solo, anche se ricorre a tutti i trucchi possibili per poter dimostrare il contrario. Ed è proprio nel conflitto di doveri, nelle contraddizioni più crudeli della sua vita che l’uomo sente la vertigine della sua solitudine (Ibidem,8).
Adamo ed Eva hanno iniziato il loro viaggio verso la libertà, nel momento in cui si sono accorti di essere nudi. L’illuminazione che rende visibile il mondo, propria di ogni mito di creazione, porta a un atto di trasgressione che si fa espressione di un desiderio irresistibile di ricerca di senso e volontà di mettersi alla prova, di sperimentare le proprie capacità.
L’esigenza della conoscenza è una delle più autentiche dell’essere umano, un momento necessario verso la realizzazione personale e la libertà. Prendere coscienza della propria condizione, saper individuare gli ostacoli e le coercizioni imposte dal Potere, significa già aver intrapreso una strada che porterà inevitabilmente alla ribellione.
“Ogni lotta - ha scritto Foucault - si sviluppa intorno ad un centro particolare di potere” (Foucault 1971-76,115). E il primo passo della rivolta, prima ancora dell’azione in sé, non può che essere la denuncia, il puntare l’indice contro i potenti: “forzare la rete dell’informazione istituzionale, nominare, dire chi ha fatto, che cosa, indicare il bersaglio, è un primo rovesciamento del potere, un primo passo per altre lotte contro il potere” (Ibidem).
La storia dell’umanità, del resto, è una storia di rivolte. Come per Adamo ed Eva che non temettero e infransero l’ammonimento divino: “se ne mangerete certamente morirete”, la forza vitale e incoercibile ad opporsi ad ogni divieto ha spinto milioni di persone, intere generazioni, a urlare il proprio “NO” di fronte a ciò che veniva avvertito come intollerabile. Lo stesso Camus - scrive Flores d’Arcais (1996) - riconduce la rivolta a questo improvviso dire “basta”, che ne è forse la forma più elementare, ma che rappresenta l’istituzione di un limite invalicabile oltre il quale non si è più disposti ad andare.
Ecco allora che il “NO” diventa espressione di un ideale positivo di umanità, generatore di un processo in fieri che porterà all’istituzione di nuovi valori nei quali sarà scritto l’alfabeto di una nuova società.
“Nulla al mondo - scriveva Simon Weil nel 1934 - può impedire all’uomo di sentirsi nato per la libertà. Mai, qualsiasi cosa accada, potrà accettare la servitù; perché egli pensa” (Weil 1934,74).
Il pensiero, questo tarlo che scava incessantemente tra le pieghe della mente, che penetra gli spazi infinitesimali della coscienza, è sicuramente il “nemico pubblico” di qualsiasi tipo d'oppressione. Contro di esso i regimi totalitari hanno sempre scatenato la più feroce repressione impedendone l’espressione, annientandone gli strumenti. “L’intellettuale era respinto, perseguitato nel momento stesso in cui le “cose” apparivano nella loro “verità”, nel momento in cui non bisognava dire che il re era nudo” (Foucault 1971-76,109).
I roghi dei libri nella Notte dei Cristalli, che hanno rappresentato “l’esordio” del nazismo, volevano distruggere non solo il pensiero ma anche la memoria, la storia, smaltire il passato affinché non lasciasse traccia di sé. Invano però. Come scriveva Tacito nei suoi Annali
tanto è degna di scherno la cecità di coloro che credono si possa spegnere con un atto di prepotenza anche la memoria dei posteri. In realtà la condanna accresce il prestigio dei nobili ingegni; e i re stranieri, o coloro i quali hanno usato la medesima ferocia, non altro hanno guadagnato che vergogna per sé e per quelli rinomanza maggiore (Tacito 1981,270).
Leo Lowenthal, filosofo ebreo e tedesco, ha scritto un breve saggio in cui rievoca la storia di un oscuro rito, il rogo dei libri appunto, che contrariamente a quanto si possa pensare “non è affatto un atto simbolico, ma anzi più materiale di quanto non si possa immaginare” (Lowenthal 1984,14). L'atto simbolico è di per sé un segno di cultura, mentre quei roghi rappresentavano uno strumento di distruzione della cultura. Essi sono “per eccellenza l’estinzione della storia della memoria, dell’individuo; l’estremo atto dell’ansia di rimozione, di un’autorità che per imporsi non può che rifondare la storia, riproporre una nuova creazione del mondo” (Ibidem).
Il sapere ha rappresentato una minaccia costante e i potenti, pur ignoranti e privi di cultura, hanno sempre capito che dietro ogni libro sta un uomo col suo pensiero, la sua consapevolezza, le sue ragioni, la sua libertà. Quale insidia maggiore, quale timore più grande per loro, abituati a imporre la ragione della forza, se non essere smascherati dalla forza della ragione?
La paura, di nuovo e ovunque, come elemento che scatena le reazioni più dure, la repressione più feroce.
L’individuo e il Potere appaiono, allora, come un’insanabile dicotomia dove i diritti dell’uno si scontrano con le prepotenze dell’altro. I regimi totalitari hanno provveduto e provvedono a sanare i contrasti eliminando gli individui e la loro capacità di ricreare il mondo con la loro fantasia e la loro attività critica.
Roghi, libri all’indice, inquisizione, caccia alle streghe, tribunali e carceri speciali... e l’elenco potrebbe continuare. Nelle opulente società capitalistiche occidentali, in quelle democrazie, culle di cultura e civiltà, il Potere si è attrezzato, usa metodi e mezzi più “soft”, ma il risultato non è di molto diverso.
Scriveva sempre Simone Weil:
Mai l’individuo è stato così completamente abbandonato a una collettività cieca, e mai gli uomini sono stati più incapaci non solo di sottomettere le loro azioni ai loro pensieri, ma persino di pensare. I termini di oppressori e di oppressi, la nozione di classe, tutto ciò sta perdendo ogni significato, tanto sono evidenti l’impotenza e l’angoscia di tutti gli uomini dinanzi alla macchina sociale, diventata una macchina per infrangere i cuori, per schiacciare gli spiriti, una macchina per fabbricare incoscienza, stupidità, corruzione, ignavia e soprattutto vertigine (Weil 1934,108).
Queste parole lucidamente premonitrici della catastrofe che stava per abbattersi sul mondo intero risultano ancora di stringente attualità.
Essere liberi oggi vuol dire riuscire a non uniformarsi ai modelli e alle pratiche dominanti che la “macchina sociale” produce e impone. Non basta appellarsi ai riconosciuti diritti, ai principi sanciti dalle Carte Costituzionali per dire che la Libertà, con la lettera maiuscola, è ormai parte del nostro codice genetico.
La società tesse quotidianamente sull’individuo una ragnatela sempre più fitta di obblighi, vincoli, imposizioni che scandiscono i ritmi di vita, condizionano le scelte, modificano la personalità. Coloro che gestiscono il Potere, siano essi politici, industriali, economisti o massoni, conoscono bene gli ingranaggi del “mostro” e vi agiscono con cognizione di causa.
Non è un caso che oggi attorno alle televisioni, all’editoria, ai mass-media in generale, si accendono gli scontri più duri tra le forze politiche e le “lobbies” economiche; essi rappresentano un formidabile strumento per veicolare comportamenti sociali, determinare i gusti e gli “status symbol”.
Il coraggio della libertà
Come un individuo possa essere libero di emanciparsi da tutto ciò senza necessariamente rimanere ai margini della società è forse la grande sfida del presente. Quale strada, cioè, hanno davanti i soggetti che non accettano di far parte di quello che Nietzsche chiamerebbe “il gregge”, rifiutando schematismi e moralismi necessariamente insoddisfacenti e ipocriti? La solitudine, il dolore o il delirio, l’impotenza?
La risposta che dà Aldo Carotenuto appare tra le più convincenti. Egli, infatti, in Le lacrime del male, sottolinea la necessità del male appunto, del conflitto come transizione e ricerca della propria individualità, scoperta dell’essenza più profonda del proprio animo, presupponendo una scelta assoluta di libertà non solo dai vincoli esterni, ma anche da quelle parti inautentiche di noi stessi che abbiamo ereditato dalla nostra cultura.
Accettare di compiersi - scrive - significa accettare la solitudine, il dolore, l’ignoto, connessi alla crescita. Significa in qualche modo raggiungere quella trasparenza dello sguardo che permetta di esperire la sofferenza senza necessariamente definirla come “male”, senza mai pensare al male come a una realtà irriducibile, solo nafasta per l’uomo (Carotenuto 1996(a),15).
Gli animi sensibili che sono alla ricerca della libertà dovranno prima o poi scontrarsi con la “pesantezza” del vivere, scoprire gli orizzonti della sofferenza; tutto ciò, però, osservato con sguardo retrospettivo, apparirà non solo inevitabile, ma quale discriminante rispetto a chi invece ha preferito uniformarsi e accettare.
Non si tratta, come dice lo stesso Carotenuto, di sentirsi una sorta di “élite psicologica”, ma solo di prendere atto che la scelta della libertà (e quindi della felicità) è una scelta che va pagata a caro prezzo, ma è quella che identifica le grandi individualità.
Non è semplice vincere la paura di abbandonare una quotidianità misera, ma comunque fondata su poche, solide certezze per intraprendere il viaggio nel territorio immenso, quanto duro e difficile, della libertà.
Lo stesso popolo d’Israele, narrano le Sacre Scritture, guidato da Mosè verso la Terra Promessa, provato dal peregrinare nel deserto, spaventato dalla nuova dimensione di una libertà fino ad allora sconosciuta, arrivò a rimpiangere la schiavitù:
Oh fossimo periti, per mano del Signore, nel paese d’Egitto quando sedevamo dinanzi alle pentole di carne, quando mangiavamo pane a sazietà. Mentre voi ci avete condotti in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine (Esodo 15,22 - 18,27).
Il coraggio della libertà non è una merce; esso è il risultato di un percorso individuale difficile, condizione “sine qua non” della trasformazione della propria esistenza e della propria coscienza in strumenti capaci di svelare l’inganno del Potere. Come quel ragazzo che sulla Piazza Tien An Men, nel giugno del 1989, solo e immobile, scrutando negli occhi soldati armati fino ai denti, riuscì a bloccare una colonna di carri mandata a zittire col fuoco la protesta degli studenti; o come Jan Palac che, nell’agosto del 1968, preferì bruciarsi sulla Piazza San Venceslao piuttosto che accettare l’invasione sovietica contro la “primavera di Praga”; o, ancora, come le centinaia di migliaia di neri sudafricani che, da Soweto a Joannesburgh, seguendo l’esempio di Steve Biko e Nelson Mandela, hanno lottato contro l’apartheid e le discriminazioni razziali a costo di migliaia di morti, di torturati, di persone lasciate marcire nelle galere del regime.
Bisogna, allora, rifiutare una dimensione di isolamento, e vivere le contraddizioni della propria condizione umana con la voglia, sempre e comunque, di lottare per trasformarla. Non è questo, come affermava Leibniz, il migliore dei mondi possibili, ma soltanto l’esito di un processo storico che ha visto gli uomini subire il Potere, da sempre concentrato nelle mani di pochi, a discapito dei molti.
E in questo processo, il coraggio della libertà è stato l’elemento risolutore, il motore che ha permesso di vincere la paura e dare voce a un desiderio davvero irresistibile.