CAPITOLO DECIMO - I TERRITORI DELLA SFIDA

Arte e gioco [...] contraddistinguono la potenza positiva del nostro vivere: l’artista che sconfigge il nichilismo e il bambino che gioca ritrovando l’innocenza al di là della colpa.
(Rovatti 1998,61)
Ragione, ironia, innocenza
Spesso nei precedenti capitoli abbiamo sottolineato come i potenti si siano sempre serviti di maschere, di inganni, di violenze per tutelarsi dal confronto con la loro meschina realtà e con le loro perversioni. Pur avendo sempre trovato adulatori e seguaci delle loro terribili imprese, altrettanto spesso si sono scontrati con uomini e comunità che hanno rifiutato il sopruso e condannato l'ingiustizia.
La storia è costellata di mirabili esempi di uomini che non si sono piegati ai soprusi e alle ingiustizie e hanno avuto il coraggio di lanciare la loro sfida al potere.
Certo si è trattato di una sfida impari e questo non ci induce di certo a un marcato ottimismo. Ma conosciamo esempi di gruppi sociali - se non di intere popolazioni - che sono riusciti a sollevarsi contro il potere. Sarebbe un grave errore dunque cedere alla tentazione di accettare supinamente la realtà della prevaricazione.
Se osserviamo gli scenari internazionali, ci rendiamo conto che nessun paese al mondo può dirsi affrancato dalla necessità di emanciparsi da una schiavitù che, marcatamente visibile o "democraticamente" diffusa, tocca egualmente il Nord e il Sud del mondo, Occidente e Oriente.
Sarà realmente possibile questa liberazione? O siamo di fronte a un'illusione, a una vana speranza?
Certamente, se non si tenta di scardinare le basi del consenso su cui poggia ogni relazione di dominio, non si offre a chi subisce il potere lo strumento conoscitivo principale per emanciparsi. La via della demistificazione diventa la strada maestra per una sfida che può cambiare, nel tempo, le regole del gioco. Dobbiamo quindi innanzitutto imparare a “leggere” e riconoscere quei segnali che ci indicano l’esistenza di territori in cui il potere perde forza, non trova spazio e incontra il suo vero limite, perché viene messo a nudo e riportato alle sue reali dimensioni.
Il lavoro principale è quello che opera all’interno delle coscienze, perché il potere nasce dall'uomo, è voluto dall'uomo, dalla dimensione di inconsapevolezza e di cecità in cui vive.
Il pericolo maggiore, per chi si trova quotidianamente a fare i conti con coloro i quali esercitano il potere, sembra quello di rimanerne schiacciato, ma la cosa più deleteria è finire per accettarne come inevitabile l’uso distorto, l’abuso consacrato a regola.
Devono allora moltiplicarsi gli uomini che hanno il coraggio di dire “no” alle regole dettate dal potere e che sanno riconoscere e smascherare gli impostori che da secoli continuano a dominare il mondo indisturbati.
Vedremo che a volte basta lasciarsi andare a uno sguardo più lieve sul mondo e assumere un sano e razionale distacco dai piedistalli e dai monumenti che troppo spesso ci si affretta a costruire per non cadere nella “tela di ragno”.
La ragione, l’ironia, l’innocenza sono forse le doti principali per chi non vuole cadere nell’inganno del potere. La laica apertura di un animo intelligente e ironico, innocente e acuto, si dimostra vincente nell'arte dello smascheramento del potere. Un'arte potentissima, se è vero che il potere senza la maschera, "il potere “nudo”", come scrive Pasquino, "perde molta della sua efficacia" (Bobbio-Matteucci-Pasquino 1990, VII).
La ragione in primo luogo è un'arte pericolosa e sgradita ai potenti che, naturalmente, non amano la libera pratica del dibattito e della riflessione critica.
Primo Levi affermava che Hitler odiava furiosamente gli Ebrei perché erano gli "eredi di una cultura in cui si ragiona e si discute prima di obbedire, ed in cui è vietato inchinarsi agli idoli, mentre lui stesso aspirava ad essere venerato come un idolo" (Levi 1958,241), e non esitava a proclamare: "Dobbiamo diffidare dell'intelligenza e della coscienza, e riporre tutta la nostra fede negli istinti" (Hitler, cit. in Levi 1958,241). Il disprezzo per la cultura, del resto, è stato, fin dall’inizio, il tratto distintivo del nazismo, tenuto a battesimo con il rogo dei libri durante la "notte dei cristalli". E sotto questo aspetto è facile comprendere perché i rigurgiti antisemiti, i deliri nazi-fascisti, e più in generale ogni forma di totalitarismo e di estremismo, prendano piede - oggi come allora - proprio sul terreno dell'ignoranza.
L’ironia e l’innocenza, dal canto loro, possono sembrare strumenti lontani da quelli utilizzati per un'analisi razionale del fenomeno "potere". Sembrerebbero più consoni ai luoghi della fantasia e dell'immaginazione, ed è anche così, se pensiamo che il potere dell'immaginazione è uno dei più irresistibili e potenti.
La parola “ironia” è di origine greca e indica letteralmente un modo di interrogare gli altri fingendo di non sapere. Si è notato, sotto questo aspetto, che l’ironia è il contrario della millanteria.
Ma dietro questa finzione si nasconde un carattere chiaramente intellettualistico che è proprio di coloro che non si fermano di fronte all’apparenza delle cose, ma costantemente la mettono in dubbio con le loro domande. Il linguaggio ironico non è violento, non raggiunge mai l’asprezza del sarcasmo, eppure i potenti lo temono perché sanno che un semplice giullare può indicare, col gusto dello sberleffo e della risata, dove stanno “il turpe e il vile”.
L’ironia conosce anche il "sentimento del contrario" che, come insegna Pirandello, è prerogativa razionale e intellettuale; la semplicità e l’innocenza, che come vedremo caratterizzano l’infanzia, sono pervase da una sapienza naturale che confonde i potenti.
Non è un caso che il decennio di potere di Hitler dipese in gran parte dalla "macchina" della propaganda e dell'educazione nazionale, creata da un formidabile "pedagogo" quale fu Goebbels.
Goebbels aveva capito che il puro è un individuo libero e autonomo. Aveva intuito che l’infanzia è, sostanzialmente, il regno di tale libertà: imbrigliarne e catturarne la purezza, assecondandone certe inclinazioni, significava aver partita vinta contro ogni possibile tipo di dissenso.
Se l'infanzia esige il confronto con i modelli e si fa "tribunale" della loro credibilità, così l’ironia, che è anche esercizio dell'attività razionale, consente il distacco e la demistificazione. Nel 1940, all'inizio della guerra, Charlie Chaplin utilizzava tutta l'energia provocatoria del suo levissimo apologo, "Il grande Dittatore", per condannare il nazifascismo, mettendo a nudo gli aspetti più grotteschi di colui che voleva spacciarsi per l’uomo del destino.
Ragione, ironia, innocenza: sembrano i frammenti sparsi di un puzzle incomprensibile. Invece sono le isole fertili di un arcipelago in cui i potenti non vorrebbero mai trovarsi: un luogo fecondo di creatività, che è la prima antagonista di ogni totalitarismo.
Questo luogo è libertà, movimento, varietà, mescolanza; disturba le strategie e le promesse dei potenti.
E' la trama di cui è intessuto il pensiero dell'uomo nella sua accezione più ampia, cioè come attività precipuamente umana che ingloba la logica e il sentimento, la ragione e la fantasia, che ha un'enorme carica demistificante perché si nutre dei contrasti o dei legami che l'inesauribile vitalità delle cose offre in continuazione.
Il potente teme la varietà e il confronto, è paralizzato dalla paura dell'imprevisto; perciò conculca il pensiero cristallizzandolo nella ripetitività, nell'ipertrofia e nella banalità.
Gli uomini anti-potere, invece, sono aperti, disponibili allo spaesamento, al "viaggio", sempre indotti da un'insofferenza del limite.
Proprio così, "insofferenti al limite": sono persone che, come i bambini, gli adolescenti, gli artisti, i poeti, si trovano da sempre al centro degli incubi dei potenti, perché la loro voce libera nasce da un'ansia di conoscenza, da una curiosità per la vita che esige libertà, che non si lascia "catturare".
Essi "viaggiano" e la mobilità è per loro una necessità intrinseca per esprimersi e per crescere, pur sapendo che ogni viaggio di crescita e di conoscenza è lotta, rischio, pericolo, come il viaggio di Dante ci insegna.
Il potente promette la liberazione da quest'ambiguità, dall'angoscia che ne deriva: adombra sempre dei giorni di luce eterna e di riscatto definitivo.
La lotta per la conoscenza, al contrario, è sempre un'incognita, una tensione estenuante. Ma essa conduce alla conquista di sé, in quanto individuo irripetibile.
Non è un caso che la lingua italiana usi la parola "temperamento" per indicare il carattere e l'unicità di un singolo individuo.
"Temperare" significa "correggere qualcosa mediante la mescolanza con altra cosa di natura contraria e diversa".
Il potente, invece, aspira a una purezza incontaminata, disumana, ma rassicurante.
Un poeta, un bambino o un creativo cercano "il diverso", vivono come degli "esploratori curiosi" e la loro lotta per vivere non ha mai pace.
Lottare significa accettare la conquista di certezze da ridiscutere incessantemente; significa accettare di essere soli, di crearsi come "singolarità" irripetibile; significa accettare il rischio di dire "no", di negare le armonie prestabilite, non per distruggerle, ma per ricostruirle su basi più ricche e complesse.
Quello che spaventa il potente è proprio questa tensione alla perfettibilità e non alla perfezione, in cui la posta in gioco sono l'individuo e una misura sociale basata sull'autorevolezza e non sull'autorità, sullo scambio reciproco di fiducia e non sull'inganno di una promessa di eternità.
La grande paura del tiranno è anche solo il sospetto che si possa levare il "perché" di un bambino, il canto di un poeta, il sorriso di un "Giullare" o che degli occhi si possano sollevare a contemplare quella che Pasolini chiamava "la straziante bellezza del creato", quella stessa bellezza che Pirandello ha offerto al caruso Ciaula, nella sua stupenda novella.
Gli spiriti liberi
Chi sono allora questi uomini anti potere? Chi incarna queste caratteristiche che ancora non trovano spazio nell’anima collettiva della nostra società?
Di fronte a molti esempi possibili ci soffermeremo solo su alcuni tra i più significativi.
Albert Einstein occupa senza dubbio un posto di tutto rispetto in questa breve, ma densa carrellata di uomini dell'anti-potere.
Forse siamo abituati a pensare a quest’uomo geniale nelle vesti di puro scienziato, con un’intelligenza superiore e irraggiungibile. In realtà egli non si limitò agli studi e alle ricerche scientifiche. Era un uomo che, come tutti, avvertiva il fardello dei mali che affliggevano la comunità mondiale.
Le sue riflessioni spaziavano dagli orrori delle guerre ai problemi di vita quotidiana, alle religioni.
Può apparire strano, ma leggendo i suoi scritti scopriamo di avere a che fare con una persona di estrema semplicità, dotata proprio di quell’innocenza di cui abbiamo poc’anzi accennato.
Fu proprio la sua "innocenza", il suo spirito curioso e affascinato dal mondo, che gli consentì di raggiungere traguardi straordinari.
Basti pensare che per elaborare la "teoria della relatività" bisognava rinunciare in qualche modo alle conoscenze tradizionali e ormai consolidate della scienza; c’era bisogno di un uomo semplice appunto, neppure molto bravo a scuola; occorreva un ragazzo di appena trent’anni privo di condizionamenti.
Fu proprio la sua "innocenza", l’assenza di pregiudizi, che gli consentirono di "accettare" quello che fu il presupposto della teoria della relatività: la velocità costante della luce.
Può sembrare una banalità, eppure, nessuno dei grandi luminari del suo tempo era mai riuscito a liberare la sua mente dai preconcetti che ostacolavano le ricerche di molti altri scienziati. Forse è proprio quello che capitò a Galileo, quando tentò invano di rivelare ai suoi contemporanei la verità sul movimento dei pianeti. Quella verità fu ostacolata proprio dai pregiudizi da cui può essere immune solo un animo innocente.
Einstein era proprio così, un uomo semplice e intelligente: "Io non ho particolari talenti”, diceva di sé, “Sono solo appassionatamente curioso". E ancora: "Per uno scherzo del destino, i miei simili mi hanno fatto oggetto di un’ammirazione e di un rispetto spropositati, senza che io ne abbia né colpa né merito" (Einstein 1996,32).
Una personalità così fuori dal comune non poteva non essere uno spirito contro il potere.
La studiosa Alice Calaprice, curatrice di una tra le più interessanti e complete raccolte di pensieri di Einstein, ha evidenziato come il grande scienziato abbia spesso cambiato idea o modificato le proprie opinioni su diversi argomenti. Ma l’incessante riferimento alle sorti dell’umanità e la priorità assoluta sulla scienza, sulle ricerche, sui giochi di potere, che egli riserva all’uomo rappresentano le costanti, fortissime, che li lega. Così se, ad esempio, nel 1929 dichiarava:
Il mio pacifismo è un sentimento istintivo, un sentimento che mi abita perché l’omicidio è ripugnante. Non nasce da una teoria intellettualistica, ma da un profondo orrore per ogni forma di odio e crudeltà (Ibidem,99);
nel 1953, dopo gli orrori del nazismo, affermerà:
Sono un pacifista militante ma non assoluto: ciò significa che sono contrario all’uso della forza in qualsiasi circostanza, salvo contro un nemico che persegue la distruzione della vita in sé (Ibidem,101).
Sull’aspetto che più ci interessa, quello delle sue concezioni riguardo lo stato e il potere, Einstein è ugualmente molto chiaro: "lo Stato è fatto per l’uomo, non già l’uomo per lo Stato [...] Lo Stato dovrebbe essere il nostro servitore, e non noi gli schiavi dello Stato" (Ibidem,102).
Einstein era un fermo sostenitore della democrazia, ma non manca certo nei suoi scritti, nei suoi pensieri, la consapevolezza della labilità di ogni sistema e del possibile degenerare di ogni forma di governo.
Egli aveva messo al servizio dell’umanità le sue intuizioni scientifiche. Nel 1939 aveva scritto al presidente americano Roosevelt affinché finanziasse e incoraggiasse gli studi di Fermi e Szilard sull’energia nucleare.
Dopo Hiroshima, nel pieno della "guerra fredda", gli era chiaro, però, che il potere non avrebbe usato tali scoperte per il bene dell’umanità, ma che al contrario ne avrebbe fatto strumenti di morte.
Forse per questo, una settimana prima di morire, l’11 aprile 1955, sottoscrisse quello che oggi viene considerato il suo testamento spirituale e che rappresenta una sintesi mirabile delle sue preoccupazioni di scienziato e dei suoi timori schiettamente umani per il futuro.
Forse è uno dei documenti più significativi, un manifesto per sollecitare tutte le nazioni a rinunciare alle armi nucleari, sottoscritto da diversi studiosi di fama mondiale e "Premi Nobel".
Questo dunque, è il problema che vi presentiamo, netto, terribile ed inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l’umanità dovrà rinunciare alla guerra? E’ arduo affrontare questa alternativa poiché è così difficile abolire la guerra. L’abolizione della guerra chiederà spiacevoli limitazioni della sovranità nazionale, ma [...] gli uomini stentano a rendersi conto che il pericolo è per loro, per i loro figli e loro nipoti e non solo per una generica e vaga umanità [...] Se vogliamo, possiamo avere davanti a noi un continuo progresso in benessere, conoscenze e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte perché non siamo capaci di dimenticare le nostre controversie? Noi rivolgiamo un appello come esseri umani ad esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto (Einstein 1955,108-110).
Continuando nella nostra "carrellata", se Einstein può essere eletto "rappresentante" di tutti coloro che con la ragione e la semplicità hanno condotto il loro attacco al potere, Andersen può degnamente farsi portavoce di tutti coloro che da un confronto con i valori dell’infanzia hanno tratto la forza vitale per smascherare i potenti.
Hans Christian Andersen è stato uno dei più grandi favolisti occidentali e, tra l'altro, grande cantore della nudità ridicola degli impostori.
Egli capì che una favola può esprimere, nel modo più autentico e diretto, il 'viaggio' interiore di ogni piccolo o grande eroe che tenti di raggiungere la sua realizzazione lottando contro il potere, le norme, le convenzioni che soffocano il suo sogno di emancipazione: la lotta di quel sognatore deriso, di quel ribelle soffocato che è in ognuno di noi.
Una delle fiabe più significative è forse quella dei "vestiti nuovi dell’imperatore" con l’immagine, ormai nota a tutti, del bambino che grida "il Re è nudo".
E’ la storia di un imperatore che amava sempre sfoggiare lo splendore dei suoi abiti e trascurava ogni altro interesse o attività.
La sua vanità lo portò ad accettare la proposta di due impostori, i quali lo convinsero di poter tessere per lui abiti di singolare bellezza, con una stoffa che aveva il potere di diventare invisibile a chi non fosse degno della propria carica e agli stupidi.
Gli impostori iniziano il loro lavoro fingendo di tessere e di lavorare al telaio e tutti gli incaricati mandati dell’imperatore per controllare a che punto fossero coi vestiti, pur non riuscendo a vedere nulla, preferiscono tacere per non apparire stupidi. Tutti tornano soddisfatti e raccontano di aver visto cose incantevoli.
Quando all’imperatore viene chiesto di provare l’abito alla presenza dei suoi funzionari che ne decantano la bellezza, egli si accorge di non vedere nulla ma pensa bene di non lasciarlo trapelare per non apparire stupido o peggio non degno della corona.
Decide così di farsi portare tra la gente con il suo baldacchino a sfoggiare gli abiti nuovi e parte con il corteo tra la folla che commenta la bellezza di quelle vesti.
Nessuno confessa di non vedere niente, finché all’improvviso interviene un bambino che senza ipocrisia esclama: "Ma se non ha niente addosso!".
Da quel momento tutti cominciano a capire che il Re è nudo e all’imperatore non rimane che continuare suo malgrado nella patetica sfilata con i ciambellani che fingono di reggere la coda di un vestito inesistente.
Si tratta di una favola semplice, ma racchiude una grossa carica demistificante, una forza che trova delle sorprendenti simmetrie in una gustosissima scena di Mistero Buffo (1977) che Dario Fo recita in Gramlot, il linguaggio popolare che racconta dei potenti, delle loro glorie e delle loro cadute.
Dario Fo è di certo un personaggio temuto dai potenti e forse per questo si sono tanto preoccupati quando gli è stato conferito il premio Nobel.
Fo, con la sua ironia, non ha risparmiato nessuno: uomini potenti e temuti, come Bonifacio VIII, sono tratteggiati come personaggi ridicoli, grotteschi.
Ma torniamo alla scena di Mistero Buffo. Il grande "giullare" italiano, con la sua straordinaria carica gestuale, mima la preparazione del papa Bonifacio VIII per una processione.
Vanesio e dispotico, dà in continuazione ordini ai suoi servi sul modo in cui sollevare il suo mantello lungo, preziosissimo e greve di ori e di gemme e minaccia di punire il servo distratto. Improvvisamente incrocia un’altra processione portata avanti da Gesù Cristo che, però, era vestito di stracci e trascinava a fatica la sua croce.
Bonifacio VIII allora comincia a provare vergogna e fa di tutto per nascondere i suoi ori e le sue vesti.
Il risultato scenico e l'effetto comico sono irresistibili, ma soprattutto è straordinario il legame che immediatamente lo spettatore stabilisce tra il Bonifacio VIII di Fo e l'imperatore nudo della favola di Andersen.
Nella scena di Mistero Buffo, infatti, il mantello viene mimato, il pubblico non lo vede e l'andatura tronfia e pomposa dell'imitazione di Dario Fo è proprio quella che, forse, ognuno di noi, ha conferito con la fantasia alla nudità grottesca del personaggio di Andersen.
La psicologa Serena Foglia, attenta studiosa dei simboli dell'inconscio, in un suo denso libretto, dedica un interessante capitolo al simbolismo degli indumenti e cita Carlyle, il quale affermava che "gli indumenti ci hanno dato l'individualità, le distinzioni, le modalità sociali, che però, pur essendo qualificative della nostra specie, rischiano di trasformarci in manichini" (Foglia 1994,39).
Hitler, Mussolini e Stalin si offrono all'immaginario collettivo proprio come manichini, pupazzi, risibili nelle loro divise da militarismo di parata, irrimediabilmente e metaforicamente "nudi".
Forse un’immagine che dovrebbe rimanere impressa nella mente di tutti è proprio quella in cui Kruscev, all'assemblea dell'ONU, si toglie un indumento, la scarpa, e la batte con forza sul tavolo per denunciare l'impettita "nudità" della "nomenklatura" dei suoi predecessori.
Quel gesto fu un urlo, una "svestizione" simbolica dei manti e delle divise di tutti i dittatori della prima metà del Novecento, delle loro nefandezze e dei loro abusi.
Dario Fo e Andersen, e con loro molti altri uomini che hanno lottato contro il potere, ci hanno aperto la strada per scoprire il vuoto che si cela sotto il lusso e la magnificenza delle vesti regali.
La loro lotta contro il potere non fa uso della violenza, ma non per questo può considerarsi una lotta debole.
Al contrario, il loro impegno contribuisce allo sviluppo di una nuova coscienza sociale e mina le basi del consenso al potere.
Sotto questa prospettiva persino una fiaba può dare il suo contributo e sollecitare una nuova presa di coscienza. Basti pensare che il re, l'imperatore, il principe sono da sempre i personaggi ricorrenti delle fiabe. Ora, i contenuti e le funzioni di questi racconti per bambini mostrano un mondo parallelo a quello reale, in cui vengono presentate allo stato puro alcune delle dinamiche profonde che determinano i comportamenti umani.
Insieme ai sogni, le fiabe, come diceva Bettelheim (1976), aiutano i bambini e gli adulti a gestire se stessi e la realtà in cui vivono: le paure si visualizzano, si drammatizzano e possono venire elaborate, e questo lavoro sul conflitto psichico aiuta a prendere sempre più conoscenza del linguaggio dei sentimenti, ed educa a entrare più facilmente in relazione con gli altri.
Se dunque l'educazione allo smascheramento, alla demistificazione dei potenti cominciasse dall'infanzia, molta strada si svilupperebbe verso una coscienza culturale più matura e più libera.
Molte "autorevoli" voci comincerebbero a suonare stonate e questa nostra società, che si autoproclama erede della tradizione umanistica e cristiana, potrebbe recuperare le radici più autentiche della propria identità.
Andersen, come Perrault o i fratelli Grimm, si colloca consapevolmente come autore di un genere letterario che assume l'obiettivo di educare i bambini, gli uomini del domani, a orientarsi nel mondo.
I bambini sono un pubblico esigente: vogliono risposte chiare alle loro domande, ai loro perché, ma soprattutto vogliono che gli adulti si sappiano "spogliare".
I personaggi delle favole svolgono esattamente questa funzione catartica: essi testimoniano della possibilità di "svestirsi" delle categorie 'adulte' di pensiero.
Per questo il mondo delle fiabe non è solo un territorio d'evasione o d'intrattenimento. Attraverso di esso non si pratica solo una fuga dal reale, ma s'intraprende un "viaggio" alle radici del nostro essere. E una fiaba può dirci molto sul significato che l'infanzia attribuisce alle regole del gioco sociale.
L'"abito" è una di queste regole. Anzi, è la regola che distribuisce i ruoli, ne perpetua l'ordine e, quasi deterministicamente, parla un linguaggio più efficace di mille parole.
L'"abito" genera pregiudizi e partiti presi; ha eternato classicismi e steccati sociali, ma ha sempre parlato la "lingua" del potere, dell'opinione dominante.
Il potere deve in qualche modo dare un segno visibile della sua forza e della sua potenza: l’abito, le cerimonie, i cortei e le scorte servono proprio a questo scopo.
La veste è dunque ciò che conferisce uno status, evidenziando ciò che di sé si desidera esibire. Esibizione di ciò che luccica e appare, mai di ciò che effettivamente si "è". Mai il potente renderà note tutte le sue azioni politiche: alcune devono rimanere occulte, appartengono al segreto di stato. I sudditi devono interessarsi solo dei pettegolezzi, delle vicende amorose del re, delle sue nozze, dei suoi divorzi, dei suoi ricevimenti. Il resto non deve trapelare. Il popolo è solo chiamato ad applaudire alla magnificenza delle vesti e alle promesse di liberazione da ogni male.
L’abito, dunque, diventa l’espressione di un potere visibile a cui corrisponde una polarità segreta, quella parte che, se dovesse diventare di pubblico dominio, costituirebbe il vero scandalo.
Scarpe, mantelli, abiti preziosissimi o poverissimi, sono frequenti nei racconti di Andersen e di Perrault. E non dimentichiamo che in Andersen anche la coda di pesce della sirenetta e il piumaggio poco attraente del brutto anatroccolo assumono la medesima funzione di abito.
Indossare questi indumenti determina sempre l'appartenenza dell'individuo a un universo, a una "massa": perderli o ritrovarli testimonia di un passaggio di stato, di una trasformazione.
Certamente, quando avviciniamo la parola "massa" a quella "individuale", ci accorgiamo dell'accostamento incongruo, della contraddizione di termini.
Sono due entità contrapposte, irriducibili. Se Canetti, come abbiamo visto, per sondare la psicologia del potente sotto la "maschera", ha avuto bisogno di evocare la complementare psicologia della massa, Perrault e Andersen per offrire lo scheletro delle regole sociali hanno avuto necessità di chiamare in causa la psicologia dell'individuo, chiamandolo di volta in volta Cenerentola, Pelle d'asino, La Sirenetta, Cappuccetto Rosso, Il gatto con gli stivali o Il brutto anatroccolo.
In particolare, in Andersen si trova espressa la consapevolezza che la poesia, lo spessore mitopoietico di una fiaba contiene l'eterna "epopea" dell'individuo, della sua ricerca, che lo muove a confrontarsi con gli altri e con un kosmos in cui vuole entrare o che vuole rifiutare.
Perciò i veri protagonisti delle sue fiabe sono delle "persone" che lottano per trovare il loro posto non in una massa indistinta, ma in un consorzio di individualità consapevoli.
Il loro dramma è che, spesso, si scontrano con la cecità materica, con l'opacità della società che li circonda, delle norme vuote, delle pure convenzioni.
La piccola fiammiferaia, La Sirenetta, Il brutto anatroccolo subiscono una caduta, vivono un'abiezione, ma ne traggono una misura individuale di riscatto.
Come i Re shakespeariani, essi cadono e risorgono, si "spogliano" e poi si "rivestono", in una lotta incessante contro l’ipocrisia di ogni tempo.
Ecco allora che ogni attacco al potere che sia diretto alla demistificazione può nel tempo risultare vincente.
Poco importa se questo avvenga con l’uso della ragione, dell’ironia o attraverso un uso più intelligente della letteratura per l'infanzia. Ciò che conta è che con questi strumenti si può fare molto per illuminare e accrescere la consapevolezza individuale, per liberare dall'opacità lo sguardo, così che ci sia concesso di scorgere, sotto l'abito e lo splendore di un manto regale, quella nudità che tutti ci accomuna.