(Jung 1942,211)
Una nuova concezione del potere
Solitamente l'ultimo capitolo di un libro risponde alla necessità dell'autore di tracciare un consuntivo del significato complessivo del suo lavoro. Assolve insomma alla funzione di contenitore: un "porto" ove attraccare al termine della navigazione.
Abbiamo seguito la parabola della parola "potere" e le sue vicissitudini: dai suoi attributi neutri e positivi, al suo incarnarsi in forme e formule grottesche, da dissacrare con l'ironia.
Abbiamo osservato i "teatri" dove le maschere del potere inscenano la loro pantomima: l'economia, la politica, i mass-media, le religioni.
Dalle miserie dei Re all'impersonalità dei regimi, da quelli più chiaramente dispotici a quelli più ipocritamente "democratici", abbiamo cercato di tracciare una mappa per orientarci in quel deserto, in quella "terra di nessuno".
Abbiamo parlato diffusamente dei potenti come di individui tragici, patetici, ridicoli, di cui bisogna diffidare per difendere l'irrinunciabile tesoro della libertà individuale e collettiva.
Sappiamo ora che esisteranno sempre le degenerazioni del potere: infatti esse allignano in una facoltà (la ragione) e in un bisogno (la società) che sono parti integranti dell'essere umano.
La coercizione e l’autorità rispondono, quindi, a un bisogno e costituiscono una costante dell’evoluzione sociale. Ma, come scriveva Herbert Marcuse:
il riconoscimento dell'autorità come di una forza fondamentale della prassi sociale colpisce le stesse radici della libertà umana: significa [...] la rinuncia dell'autonomia a se stessa [...], la subordinazione della propria ragione e della propria volontà a contenuti assegnati da altri, e ciò in modo che tali contenuti non formano - per così dire - il "materiale" per la volontà trasformatrice dell'individuo, ma in modo che essi, così come sono, valgono come norme vincolanti per la sua ragione e la sua volontà (Marcuse 1969,6).
E’ necessario, allora, impegnarsi a costruire per se stessi una coscienza culturale vigile, sensibile e, soprattutto, capace di riconoscere quelle note stonate che risuonano nei discorsi ottimistici di politici e politicanti di ieri e di oggi.
Il potente non conosce la creatività e l'umiltà, egli si ripete e si abbandona sempre alla tentazione di calpestarci. Per questo è facilmente riconoscibile, ma possiede, al contempo, una straordinaria capacità mimetica, che gli deriva dall’ineffabile dote di captare i bisogni e le debolezze altrui, di accentuarle e proporsi, quindi, come indispensabile.
Attrezzarsi contro ogni potente che attenti alla nostra libertà, individuale e collettiva, è possibile. Questo libro ha voluto dare un contributo in questa direzione.
Un militante generoso della controcultura studentesca degli anni Sessanta e Settanta, Mario Capanna, continua a scrivere parole ancora attuali sui pericoli e sulle tentazioni insite nella gestione della “cosa pubblica”: “Il potere è il piano più inclinato verso la sopraffazione e la prepotenza” (Capanna 1996,30), combatterlo con le sue stesse armi significherebbe soltanto averne accettato la logica distorta e aberrante.
Purtroppo, oggi gli scenari dei poteri e dei potenti si sono enormemente complicati. La convivenza sociale e politica sta assumendo i tratti dell'atomismo culturale, etnico e comunicativo, che si dissolve e si riafferma nell'attuale "economia dell'informazione", nell'ormai planetario territorio della comunicazione.
Questa situazione sta favorendo quella che abbiamo definito la metamorfosi del potere. Infatti, l'azione pervasiva della cultura di massa e della civiltà delle immagini sta ormai plasmando un'idea "debole" del potere.
Gradualmente nella produzione immateriale di pure informazioni e di pura “visibilità”, l'identità, che le ideologie storiche pretendevano di costruire, si é frammentata in un arcipelago d'infinite specificità che rischiano di trasformarsi in una realtà incontrollabile perché, per la prima volta nella sua storia, il potere non ha “territorio”.
Un'autorevole studioso degli effetti sociali dei media, Mauro Wolf, ha parlato di “mutazione della percezione del tempo e dello spazio”, poiché le tecnologie della riproduzione elettronica delle informazioni ci hanno fatto perdere la realtà del nostro rapporto con lo spazio e con il tempo. Esse annullano le distanze e comprimono le durate, riducendole a frazioni di tempo infinitesimali, inaccessibili alla percezione umana. L'iperspazio telematico non ha punti cardinali e non si definisce in rapporto a realtà naturali.
Questa mutazione antropologica ha scardinato la consueta logica delle opposizioni e delle dialettiche: ha creato la “cultura a mosaico”. Essa si offre come un insieme di elementi in cui tutto convive, tutto stabilisce relazioni, tutto può apparire denso di significato oppure completamente privo di senso.
Perciò, in questo contesto, il problema è quello di inventare una nuova concezione del potere, che sempre più vada inclinando verso una politica della “gestione del disordine”.
Gli antichi principi d'identità e di territorio, scomparendo, non lasciano solo un vuoto incolmabile, ma anche la possibilità di riscrivere una nuova grammatica del potere.
Svanendo, essi svelano la presenza di un nuovo campo in cui esercitare una produttiva gestione del disordine: l'interdipendenza.
Essa è la forma inedita che il potere sta assumendo: è ancora in una fase iniziale, ma sicuramente non tarderà a richiedere nuovi strumenti e nuove strategie di comprensione.
E' certo che queste strategie esigeranno quelle doti che, indefessamente, in questo volume abbiamo indicato come gli antidoti alla malattia del potere: la creatività, il sorriso, il buon senso e la ragione. Qualità che possono aiutarci a non scivolare nell'ideologia de "la vita è dolore" e nella mistica della sofferenza.
Dovremmo risvegliare questo amalgama e ritrovare quel coraggio che ci consente di fronteggiare un prepotente anche quando siamo soli in questa società banale, confusa e conformista.
Solo così si può rivoluzionare il modo di ribellarsi e di dire “no”.
Ma chi saranno gli attori e i protagonisti di questa rivoluzione? Quale avanguardia intellettuale avrà il compito di guidarla?
Ebbene, nessuno di coloro che avrà il coraggio di raccogliere questa sfida potrà sentirsi dispensato o potrà delegare. E’ scritto nelle Sacre Scritture che Gesù disse ai suoi apostoli: "Voi sarete il sale della terra".
Se può bastare poco sale per dare sapore al pane, possono bastare pochi uomini, con il loro esempio, per smuovere le coscienze di migliaia di altri uomini e per segnare la strada per una diversa dimensione spirituale e intellettuale.
La sofferenza di certo è una componente ineliminabile dell’esistenza, ma la “pesantezza di vivere”, concetto che è riecheggiato spesso in questo lavoro, non è un dato di fatto oggettivo e assoluto, bensì la conseguenza di un sistema sociale e di potere dove molte delle prerogative e delle esigenze più autentiche dell’uomo non trovano né spazio, né strumenti per compiersi.
La prepotenza dell’emarginazione, l’arroganza della prevaricazione possono scoraggiare chiunque abbia scelto di lottare contro il potere, e indurlo a isolarsi dal mondo, a porsi fuori dagli eventi per ricostruire in solitudine il proprio equilibrio interiore. Ecco perché non dobbiamo cedere a una simile tentazione e continuare la caccia alle belve del potere, pur nella consapevolezza del buio e degli smarrimenti che tutto questo potrà costarci.
E' ciò che fa la protagonista dello splendido romanzo Il senso di Smilla per la neve di Peter Høeg. Smilla è una scienziata artica dall'identità complessa: è metà danese e metà groenlandese. Le hanno ucciso un piccolo amico, Esajas, di cui lei, pur così spaesata e confusa, si sentiva madre putativa. Smilla sa che la morte di Esajas è servita al potere per mantenersi in vita.
L'unica abilità che può mettere al servizio della memoria di Esajas è la sua capacità di "leggere" quanto di più evanescente e inafferrabile ci sia: la neve, dove si sono consumati gli ultimi attimi di vita del piccolo. Questa dote la conduce ai colpevoli, la porta al cuore veramente gelido del potere, in cui Smilla ha il coraggio di avventurarsi.
Una delle pagine più alte del libro è proprio la descrizione di uno dei tanti smarrimenti di Smilla, di uno dei tanti momenti in cui incontra il buio, nel cercare un senso all'omicidio del bambino:
ci sono diversi modi per cercare di mascherare una depressione. Si possono ascoltare le composizioni per organo di Bach nella Frelserskirke. Si può stendere con una lametta una striscia di buon umore in polvere su uno specchietto tascabile e aspirarla con una cannuccia. Si può gridare chiedendo aiuto. Per esempio al telefono, così uno è sicuro di chi lo ascolta. Questa è la via europea. Sperare di uscire dai problemi agendo. Io scelgo la via groenlandese. Chiudersi nell'umore nero. Mettere la propria sconfitta sotto il microscopio e soffermarsi a guardare.
Quando va davvero male - come ora - vedo davanti a me un tunnel nero. Mi avvicino. Mi tolgo i bei vestiti, la biancheria intima, il cappello rigido e il passaporto danese ed entro nell'oscurità (Høeg 1992,107).
In effetti il modo più frequente di affrontare le asprezze della vita nelle società occidentali è quello di una sterile e improduttiva nevrosi, che intende superare il disagio esistenziale con l’oblio di un’attivismo frenetico fine a se stesso.
La creatività, invece, presuppone un atteggiamento mentale ben diverso, che “rivoluziona”, assumendola come essenziale momento maieutico, la risposta al proprio malessere. Il creativo è il nemico naturale del potere perché non subisce né accetta, ma diventa egli stesso creatore di senso. Smilla conclude il suo monologo affermando “So che nel tunnel, sotto le ruote, fra le rotaie, c’è un puntino di luce” (Ibidem).
Quel puntino di luce soltanto intravisto rappresenta la potenzialità creativa, che è anche voglia di vivere; quella stessa voglia innata in ogni bambino e quindi nello stesso Esajas di cui Smilla vorrebbe riscattare la morte. E’ l’infanzia stessa che sfugge ai meccanismi di potere, anche se costretta spesso a subirli.
Un grande autore contemporaneo, Primo Levi, aveva trovato nella scrittura il modo per affrontare il proprio tragico passato, la drammaticità della guerra e della deportazione, il gelo e il deserto del disincanto.
“Se non avessi vissuto la stagione di Auschwitz, probabilmente non avrei mai scritto nulla. Non avrei avuto motivo, incentivo, per scrivere” (Levi 1958,246): invece l’esigenza di combattere contro ogni possibile negazione o revisionismo, il voler mantenere sempre viva la memoria di quanto accaduto, lo hanno portato ad essere un intellettuale militante, trasformando la sofferenza nella forza e nell’orgoglio di chi non si rassegna.
“I problemi di stile mi sembravano ridicoli [...] mi pareva, questo libro, di averlo già in testa tutto pronto, di doverlo solo lasciare uscire e scendere sulla carta” (Ibidem), sosteneva riferendosi a Se questo è un uomo. Non ci si può infilare rassegnati in quel “tunnel nero” di cui parla Smilla. Occorre attraversarlo per raggiungere quel puntino di luce. Bisogna saper lasciare uscire le parole, la voce, la rabbia; modellarne il corso, l’intensità, addolcirne le forme o accentuarne gli spigoli, insomma trasformare, inventare, creare, di nuovo, il senso di atti, di gesti, di idee, lavorandoci sopra come su un pezzo d’argilla.
Un sorriso "rivoluzionario"
Vogliamo, ora, concludere con l'idea che ci sia, sempre e comunque, un territorio che non si lascerà mai conquistare dalla disperazione, dall'infinita tristezza dei potenti: il sorriso.
Su “La domenica”, inserto culturale de Il Sole 24 ore del 20 luglio 1997, compare un piacevole articolo di Laura Leonelli, dal titolo “Il potere preso a torte in faccia”.
Si dà notizia di un'interessante mostra belga, di fotografia, “Dérison e Raison”, al Musée de la Photografie di Charleroi.
“Ogni tanto una bella linguaccia la fotografia se la merita. Magari d'autore, come quella di Einstein, dedicata all'impertinenza di un fotografo, Arthur Sasse, e alla stupidità del mondo, di regola anonima” (Leonelli 1997).
La Leonelli sottolinea come la fotografia abbia sempre ambito al potere e come, ad ogni fotografo allineato all'ordine morale e politico, abbia sempre risposto un non piccolo gruppo di “autori meno spettacolari, che alla descrizione di un mondo gestito da altri hanno preferito la creazione di uno scenario intimo e irriverente” (Ibidem).
Lo sberleffo di Einstein a questa presunzione della fotografia è stato scelto come manifesto della mostra dal titolo sintomatico “Dérison e Raison”; la comicità e la razionalità, il sorriso e la ragione; le due caratteristiche con cui l'istituzione Belga ha voluto designare e celebrare i fotografi della trasgressione alle regole del potere, “sicura che per ridicolizzare il potere di chi taglia e distribuisce le fette della torta nella giusta proporzione per sembrare generoso e non perdere il boccone più dolce, non vi è immagine migliore di una informe meringata e di una bocca sporca di panna” (Ibidem).
Questi fotografi “outsider”, come tutti i folli, creativi e solitari sberleffi al potere, non sono un gruppo omogeneo e organizzato. Spesso l'indice puntato contro qualche grottesco despota o tronfio signorotto dei nostri giorni non è programmato, voluto: è spontaneo e sincero. Schietto come una risata di gusto.
Gli individui e gli artisti veramente liberi, veramente “contro”, non partecipano ai concorsi né accettano premi, sapendo, come ricorda Erik Satie, che “l'importante non è rifiutare la legion d'onore, ma non meritarla”.