CAPITOLO PRIMO - L’OMBRA DEL PERICOLO

Il mio demone era rimasto a lungo chiuso in gabbia e uscì fuori ruggendo. Fui subito conscio, prima ancora di aver finito la pozione, di una più sfrenata e furiosa volontà di male.

(Stevenson 1885,88)

La nascita del tiranno

Narrando, nelle sue memorie, della violenza politica del regime nazista, Gunter Holzmann descrive un meeting del Partito Nazionalsocialista in cui era presente il Fhürer in persona.

Holzmann ricostruisce e rivela la sensazione provata dinanzi a Hitler: quella di trovarsi di fronte a un impostore. Era innanzitutto rimasto colpito dal fatto che, proprio colui che aveva teorizzato una dottrina basata sull’esercizio della forza e sul predominio della razza ariana, si presentava come un uomo gracile, fragile, affatto somigliante agli eroi biondi e muscolosi che veneravano i nazisti: “Con quell'uniforme bruna, sembrava la caricatura di un militare” (Holzmann 1995).

Nel suo racconto lo scrittore ricorda che Hitler, durante il comizio, gesticolava e urlava, raggiungendo in certi momenti l'acme parossistico dell'odio e dell'isteria, e che, ciononostante, “aveva sulle masse un incredibile effetto ipnotico” (Ibidem). La massa si lasciava trasportare da quella retorica malsana e fanatica, senza esercitare il benché minimo senso critico:

Egli prometteva a ognuno ciò che più poteva desiderare: ai poveri, pane e lavoro; ai ricchi, profitti ancora più grandi; e alla Germania un avvenire di gloria. L’importante non era il contenuto, ma il modo in cui si esprimeva. Ascoltandolo, presentivo il terribile cataclisma che questa massa fanatizzata poteva provocare (Ibidem).

Ad ogni incontro con i “potenti" del regime, Holzmann si rendeva sempre più conto di essere alle prese con personaggi “penosi”: “dappertutto stivali” - racconta -

Verso il 1932 in tutta la Germania si moltiplicavano come funghi gli uomini in camicia bruna che calzavano lucidi stivali. Per camminare con passo fermo e arrogante, darsi un’aria più maschia, più marziale. E calpestare, ferire, distruggere [...] Indossare la camicia bruna dava agli uomini la sensazione di essere potenti, uniti, di militare per una causa superiore; la camicia bruna li liberava dalle frustrazioni, mentre dava loro cibo, birra e un sentimento di impunità (Ibidem).

Analizzare le circostanze storiche che hanno determinato la nascita, l’ascesa e la sconfitta del nazismo è stato e resta compito degli storici; ma l’esperienza personale di Holzmann con le “camice brune”, la sua visione e il suo sguardo rappresentano un contributo molto significativo: attraverso questo sguardo, l’uomo che ha marchiato col sangue il secolo che si chiude, l'uomo temuto e riverito per il suo potere e per il terrore sistematicamente esercitato contro gli uomini, appare come un soggetto essenzialmente debole e frustrato che, nella retorica, spesso ridicola e banale, aveva trovato un formidabile strumento di forza.

Sono sufficienti allora l’insicurezza, l’arroganza da essa derivante e le frustrazioni che ne costituiscono la logica conseguenza a generare un tiranno?

L’etimologia incerta del termine tiranno non ci aiuta di certo a comprendere la natura e le caratteristiche del potente. Sappiamo però che la tirannia, come vera e propria forma di governo, è apparsa per la prima volta nel mondo greco attorno al VII secolo a.C.

Le Poleis a quel tempo erano degli organismi sociali e politici retti da un'oligarchia di nobili, i cui valori e costumi erano spesso in contrasto con la vocazione marinara e mercantile della loro economia.

La loro esigenza di espansione e di crescita economica si scontrava con gli interessi di una casta ristretta, agraria e conservatrice.

Queste città iniziarono a trasformarsi, da sede di templi e uffici governativi saldamente in mano all’aristocrazia, in un vero e proprio organismo sociale ed economico, luogo di produzione artigiana e di commerci. Si trattò di una profonda metamorfosi che portò alla costituzione di un nuovo ceto produttivo, quello della plebe urbana, che, pur essendo composto di uomini liberi, forniti di denaro e di capacità professionali, era escluso dall’amministrazione degli affari e dalla gestione del potere.

Quando questo nuovo ceto riuscì a imporre un proprio rappresentante nel governo di molte città lo chiamò “tiranno”, semplicemente per indicare il suo capo.

In origine, insomma, la tirannia pur rappresentando una forma di governo non legittima, e spesso conquistata con mezzi rivoluzionari, svolgeva una funzione democratica. Il tiranno, infatti, era in qualche modo il rappresentante del popolo, che lottava contro le antiche oligarchie a tutela degli interessi delle classi emergenti e di quelle meno abbienti. La sua ascesa al potere, pertanto, era appoggiata e voluta dal popolo che nel tiranno vedeva un suo rappresentante.

Basti pensare che, dei tiranni antichi (quelli cioè dei secoli VII e VI a.C.), solo Ipparco di Atene e Periandro di Ambracia morirono di morte violenta, assassinati per ragioni personali e non politiche.

Solo intorno al VI secolo a.C., quando il nuovo ceto mercantile e industriale aveva ormai maturato al proprio interno un gruppo di dirigenti politici, il potere non fu più affidato nelle mani di una sola persona, e il passaggio dalla tirannia alla democrazia esercitata dagli eletti del popolo determinò di fatto anche un nuovo significato del termine tiranno, che venne sempre più spesso utilizzato per indicare colui che, avendo usurpato il potere, governava in maniera dispotica.

La cosa più interessante comunque sta nel fatto che la nascita del tiranno, sia alle origini che nelle epoche successive, presenta alcune caratteristiche costanti.

Prima di tutto la presenza di gravi crisi economiche e sociali spesso accompagnate da forti scontri politici. Il tiranno in questi casi diventa il portavoce di quell’insoddisfazione di massa che rende il potente “necessario”, facendogli ottenere l’appoggio di consistenti fasce di popolazione: la scelta del “capo” avviene per acclamazione popolare.

In secondo luogo: l’utilizzo della forza come mezzo per garantire l’affermazione del potere. Lungi dall’essere considerata un pericolo per la libertà e la democrazia essa viene accettata dalle masse che, anzi, desiderano l’uomo forte.

Queste caratteristiche si sono riprodotte anche nei momenti di ascesa dei tiranni conosciuti in epoche più moderne e, sotto questo aspetto, è chiaro che non esiste una risposta univoca o unidirezionale alle domande che ci eravamo posti. Non si può infatti pensare che il tiranno sia unicamente il frutto di una patologia individuale, ma è altrettanto vero che non sono solo le masse a generare un tiranno, dato che in effetti queste non fanno altro che sceglierlo e riconoscerlo come tale.

Esiste insomma una reciproca interazione, una commistione di elementi eterogenei che determinano la nascita di un potente e per questo non è semplice una spiegazione unidirezionale del fenomeno.

Vedremo che, forse, solo gli approdi e le sinergie conoscitive interdisciplinari delle attuali scienze sociali possono formulare delle risposte più concrete.

I loro studi, infatti, si muovono sul terreno delle prospettive culturali attraverso cui l’uomo ha prodotto l’idea del potere.

Il desiderio di immortalità

La ricerca storica, gli studi antropologici, sociologici e psicologici hanno dimostrato che sia nelle forme più esteriori, sia nelle sue radici più profonde, il potere è una delle componenti basilari delle attività umane.

Queste discipline hanno ricondotto i termini dell'analisi del fenomeno all'interno di categorie chiare ed evidenti: in altre parole, hanno contribuito in maniera decisiva allo smascheramento di gran parte delle tipologie ricorrenti di potere.

Elias Canetti, autore dell’imponente saggio Massa e potere, ha attraversato il nostro secolo, nomade lui stesso tra culture e mentalità, cercando di comprenderne il fenomeno più caratterizzante: il totalitarismo di massa.

Egli aveva ben intuito come il Novecento fosse una sorta di territorio dove stavano fruttificando delle radici nate non solo in epoche molto lontane, ma addirittura in una fase aurorale, se non ancestrale, della convivenza umana.

Questo geniale scrittore, romanziere e saggista al tempo stesso, fece della "transculturalità" un metodo d’analisi di straordinaria ampiezza e ponderatezza.

La transculturalità è la capacità di rintracciare delle coordinate comuni alle varie culture e di creare su di esse una "grammatica" strutturale del comportamento umano, sociale e individuale.

Proprio attraverso uno studio transculturale delle ideologie e del potere, l’antropologia e la sociologia sono riuscite a scardinare lo zoccolo più duro di ogni sistema di dominio: l’etnocentrismo occidentale.

Queste scienze si sono avvalse di tale metodo di indagine per comparare le diverse tipologie statuali e rintracciare nel loro interno delle identiche e trasversali microstrutture di potere e non a caso hanno assunto come loro padri fondatori Rousseau e Montesquieu, che proprio in Hobbes avevano trovato il loro “idolo” polemico.

Hobbes, nel Leviatano, sovvertendo la tradizione aristotelica dell’uomo come animale sociale, formulò l’idea secondo cui la costituzione dello stato derivava da un patto o contratto artificiale.

Perciò, per Hobbes, il contratto sociale non è proprio dello stato di natura, bensì è un prodotto razionale. Lo stato di natura è l’isolamento degli individui che, essendo in una situazione di uguaglianza assoluta e di diritto illimitato di ognuno su tutte le cose, vivono in una condizione di guerra, in cui ogni uomo si pone contro tutti gli altri uomini: "homo homini lupus". Stando così le cose, secondo il pensatore inglese, la sola via d’uscita è la costituzione dello stato come aggregazione degli individui e delle loro volontà in una volontà unica.

Tale volontà unica si manifesta mediante il conferimento di tutti i poteri e di tutti i diritti dello stato di natura, tranne il diritto alla vita, alla persona del sovrano, dunque del potente.

Ma questo sovrano non è identificato da una persona in carne e ossa, bensì da un’entità astratta, una sorta di soluzione artificiale, "legibus solutus", partorita dal pensiero razionalistico e meccanicistico che pervadeva la cultura hobbesiana.

Esso s’identifica con la "chimera" terribile e indistruttibile, eterna e inattaccabile del "leviatano", il mostro biblico di cui si parla nel libro di Giobbe.

Rousseau riprende la lezione hobbesiana che smantella l’illusione aristotelico-cristiana di uno stato di natura sociale e ordinato. Ma se la laica scoperta di Hobbes conduce alla monarchia assoluta, Il Contratto sociale di Rousseau è l’impalcatura di ogni democrazia.

Esso è l’amalgama armoniosa degli uomini che rinunciano alla loro libertà illimitata, dettata dalla natura, per ricevere in dono lo stesso sacrificio dai propri simili, e non per consegnarsi nelle mani di un sovrano, come auspicava Hobbes.

Lo stato perciò diventa l’espressione di una volontà generale, inter pares, dettata all’unisono da più voci.

Ma è soprattutto con le Lettere persiane di Montesquieu che si dà una definitiva "spallata" all’etnocentrismo occidentale e si impartisce una lezione fondamentale di democrazia come orchestrazione delle differenze, di un potere come servizio alla comunità degli "uguali ma diversi". Solo su queste basi laiche il potere non solo può essere smascherato, ma riconsegnato alle sue radici storico-filosofiche, sia nella prospettiva dell’ancien regime, sia in quella delle moderne democrazie liberali.

L'analisi socio-antropologica del potere ha quindi permesso al nostro secolo di guardare all'impalcatura filosofica e concettuale, che ha sostenuto lo spirito di potenza dei totalitarismi di massa degli anni Venti-Trenta e Quaranta in Europa, con una nuova prospettiva interpretativa.

Ma esistono degli aspetti che le scienze umane hanno tratto dal fondo oscuro della psicologia individuale e collettiva e che Elias Canetti ha felicemente sintetizzato nel titolo del suo volume, Massa e potere.

Massa e potere sono le due facce di una stessa medaglia: l'una non può fare a meno dell'altro, e viceversa.

Inscindibilmente legati, hanno generato delle situazioni ricorrenti nella convivenza civile e nelle forme del controllo sociale.

In questo modo si sono potute evincere delle categorie generali d'analisi con cui si è tentato di capire in base a quali dinamiche un consorzio di individualità distinte diventa "massa"; un'entità che, in Canetti, ha qualcosa di inorganico, una brutalità quasi materica.

Perché emerge un potente, un individuo singolo che riesce a gestire questa concrezione di forza bruta e di energia?

A quanto pare, Canetti è convinto della presenza di una logica ineludibile, quasi una biologia fisica, che presiede all'esistenza di questo magma, che è la massa, che inevitabilmente genera il potente.

Dalle epoche più arcaiche sino ai nostri giorni i binari per così dire obbligati del "dialogo" tra massa e potenti sono stati sempre gli stessi: l'accrescimento materiale e fisico della società e la formazione della figura del nemico esterno e interno al corpo sociale.

Il tiranno nasce proprio come risposta a questa esigenza di accrescimento fisico della collettività ed è finalizzato a fronteggiare un nemico esterno o interno.

Abbiamo detto che la tirannia, alle origini, ha svolto una funzione democratica. Essa in effetti ha ampliato il corpo sociale avente diritto a partecipare alla designazione dei capi. Ma è proprio in quel momento che la massa comincia a delinearsi come tale: indifferenziata, tendenzialmente determinata da una forza cieca di accrescimento e di conservazione di sé. Il tiranno è ad essa complementare.

Ora, scrive Canetti, "l'aggressione esterna alla massa può solo renderla più forte [...] l'aggressione dall'interno, invece, è veramente pericolosa" (Canetti 1960,27).

Il tiranno, che nasce sulla spinta di un'aggressione che la massa subisce dall'interno, si sente costantemente in pericolo, continuamente assediato.

E' il caso di grandi imperi e imperatori o dittatori assurti ai fasti del comando supremo, dopo una guerra civile, una crisi economica, istituzionale, o quelli che sono nati sulle ceneri di un precedente regime collegiale e parlamentare la cui partecipazione era ristretta a un’élite culturale ed economica.

Gli esempi più illuminati, in questo senso, sono l'Impero Romano fondato da Ottaviano Augusto, quello francese di Napoleone Bonaparte, la dittatura di Benito Mussolini in Italia e quella hitleriana in Germania.

Ottaviano diventa Augusto dopo un secolo di guerre civili che avevano insanguinato le istituzioni repubblicane (ma profondamente oligarchiche) dello Stato Romano; Napoleone diventa il campione di un ordine restaurato dopo le conquiste democratiche, ma anche dopo gli orrori e i terrori della Rivoluzione Francese; Mussolini crea il Fascismo sulle rovine e gli "avanzi" delle grandi rivendicazioni popolari del Comunismo e del Socialismo, conculcate e aggirate dai parlamentari liberali; Hitler, imitando Mussolini, tocca le corde più segrete e profonde della cultura germanica, soprattutto il militarismo: l'unica forma di democrazia spontanea che il popolo tedesco aveva mai conosciuto nella sua storia e che le incertezze della Repubblica di Weimar non potevano realizzare.

Ma l'essere nati dal fondo oscuro della discordia li rende insicuri, li rende preda della paura di cadere, perché il "nemico" non è fuori, al di là dei confini della "casa-patria", che essi stano edificando, ma è "in cantina". E' dentro "la casa".

Per la prima volta, in queste condizioni, i potenti della terra sanno di non essere eterni

i loro sudditi sanno che anche per i loro giorni è stabilita una fine: fine che si può perfino affrettare.

[...] Nessun sovrano può essere certo per sempre dell'ubbidienza della sua gente. Finché si fanno uccidere da lui, egli può dormire tranquillo. Ma non appena uno si sottrae alla sua sentenza, il sovrano è in pericolo (Ibidem,280).

Canetti sottolinea che "nel potente è sempre viva la sensazione di tale pericolo" e che

le angosce del potente devono aumentare quanto più i suoi comandi vengono eseguiti. Egli può solo quietare il suo dubbio dando un esempio. Ordinerà quindi un sacrificio capitale a proprio favore, senza che abbia particolare importanza la colpa della vittima [...] I suoi sudditi più sicuri, si potrebbe dire i suoi sudditi perfetti, sono coloro che per lui hanno avuto la morte (Ibidem).

Ordinare la morte e vedere la morte conferiscono energia, una straordinaria forza, al potente: la forza del sopravvissuto, di colui che sa di esistere ancora quando il nemico non c’è più.

Quest'istinto del potente riposa su un desiderio comune a tutti gli uomini: il desiderio di immortalità.

Egli sa che la morte è il massimo pericolo e vuole tenerla lontana. Per questo si arroga il diritto di dare la morte e di concedere la grazia della vita.

Non è possibile, dunque, pensare che i regimi totalitari, come il nazismo e il fascismo, siano riusciti a imporsi su una realtà sociale del tutto ostile, o che siano stati solamente il frutto dell’azione di pochi folli, "pagliacci" magari un po' ciclotimici.

Anche Foucault ha scritto che le masse non sono state ingannate o illuse da quei regimi, ma li hanno in qualche modo "desiderati":

Accade che le masse, al momento del fascismo, desiderino che alcuni esercitino il potere, alcuni che tuttavia non si confondono con esse, poiché il potere si esercita su di loro ed a loro spese, fino alla loro morte, al loro sacrificio e massacro, eppure esse desiderano questo potere, desiderano che questo potere sia esercitato (Foucault 1971-76, 116).

I regimi totalitari allora sono stati l’espressione di una più generale "malattia" della società a cui, più che attraverso le armi, poteva essere messo riparo con una diversa maturità intellettuale e culturale.

William Sheridan Allen, nel saggio Come si diventa nazisti, racconta la metamorfosi di un piccolo centro dell’Hannover. Nessuno poteva immaginare che tale trasformazione avrebbe preso piede proprio lì, a Thalburg: una tranquilla cittadina di diecimila abitanti dove tutti si conoscevano e socializzavano come in una grande famiglia. Gente normale, tranquilla e profondamente umana, con le sue paure e i suoi desideri.

Eppure proprio questo piccolo centro subisce una lenta e inesorabile mutazione, diventando uno dei tanti agglomerati controllati e gestiti dai nazisti. Tutto in maniera graduale, quasi indolore.

L'unica peculiarità dei thalburghesi - sottolinea Allen - è che stavano attraversando un periodo di crisi economica e occupazionale. I pesanti debiti di guerra, a cui la Germania doveva sottostare dopo il Trattato di Versailles, rendevano difficile una ripresa economica; il timore che l'uomo comune nutriva nei confronti di un possibile avvento dei Socialdemocratici era sproporzionato, tanto da giustificare la risposta violenta che seguì.

Era il clima ideale in cui l'insicurezza per il futuro si mescolava a un diffuso senso di discredito per la politica in genere.

In questo scenario - scrive Gallino (1994) - i Nazisti seppero proporsi come gli unici in grado di distribuire sicurezza attraverso promesse di un radicale rinnovamento in campo economico e sociale.

Attraverso un'abile propaganda non fu difficile ottenere consensi, senza che alcuno di quegli onesti cittadini potesse rendersi conto di cosa stava accadendo.

Allen conclude il suo saggio affermando che il problema del Nazismo fu prima di tutto un problema di percezione.

Quasi nessuno a Thalburg afferrò in quei giorni quel che stava accadendo; mancò la comprensione vera di quello a cui la città sarebbe andata incontro quando Hitler avesse conquistato il potere; mancò la capacità di capire realmente quel che fosse il nazismo (Allen 1965,279).

Fu questa gradualità, questo "coup d'état a rate", come è stato definito, a rendere possibile una così impensabile trasformazione.

I thalburghesi - racconta Allen - cominciarono ad accettare il regime di terrore che si veniva instaurando senza più porsi il problema della legittimità delle azioni, tutto giustificando nel nome del presunto "pericolo rosso" da combattere.

Si accettò anche la sistematica disgregazione di ogni piccola comunità sociale, come i sindacati, i club e i circoli privati, rinunciando così a ogni tipo di vita collettiva che non fosse direttamente controllata dai nazisti.

Vennero persino accettate le misure di boicottaggio contro gli ebrei accusati di essere i fautori di una propaganda contro la Germania e di maltrattamenti contro i tedeschi che si trovavano nei paesi stranieri.

Thalburg è solo uno dei molti esempi possibili, ma la sua normalità, che diventa apoteosi del nazismo, indica eloquentemente la fragilità su cui si regge una comunità politica quando si uniscono, in una miscela esplosiva, crisi sociale e soggetti politici "malati" pronti a far leva sui timori e sulle incertezze delle masse. Come ha scritto Luciano Gallino, nella introduzione all’edizione italiana del libro di Allen, "non esiste nulla capace di vietare che ciò che è accaduto a Thalburg [...] possa prima o poi accadere di nuovo" (Gallino 1994,VIII).

L’unica speranza, per un avvenire migliore, sta nel recuperare un profondo senso etico dello Stato e della politica, ma anche e soprattutto nel rendersi consapevoli di quell’ombra che alberga silente in ognuno di noi e che Stevenson definì “una più sfrenata e furiosa volontà di male”. Non voglio con questo avallare la massima hobbesiana “homo homini lupus”, ma rimarcare il fatto che sono poche le persone che, vedendosi o sentendosi negare le qualità che garantiscono della loro sopravvivenza, non ricadono in uno stato di cieca e selvaggia vendicatività. In ciò si riscontrano ancora le nostre radici e la nostra discendenza dal mondo animale, da cui ci discostiamo talvolta solo per l’apparente “banalità del male”: se l’animale, infatti, difende il proprio cibo e la propria prole, l’uomo è capace di uccidere per denaro o per il prestigio.

L’ombra, metafora di quella forza che Goethe indicava come ciò che vuole il male ma opera il bene, rappresenta il pericolo sovversivo e distruttivo che alberga in ognuno di noi e che, se arbitrariamente o subdolamente diretta, può trasformarci inavvertitamente nel carnefice del nostro simile. Avremo modo più avanti di capire come ciò possa accadere.